SULLE VIE DELLA SETA

18/05/2006
 Testo di MARIO CECCANTI

Se ci avessero predetto ciò che avremmo incontrato, qualcuno non sarebbe neanche partito o avrebbe rinunciato durante il viaggio, come in effetti è accaduto. Ma andiamo per ordine.

10 Camper per un totale di 17 persone più un cane, si ritrovano il pomeriggio del 23 aprile 2003 presso il porto di Ancona per compiere attraverso la Grecia e la Turchia, un viaggio che li porterà nel cuore dell'Asia centrale. Georgia, Armenia, Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan sono le mète da raggiungere in gran parte lungo la mitica "via della seta" e lontano dagli itinerari turistici di massa.Il ritorno si completerà tramite la Russia e l'Ucraina.105 giorni in totale ed oltre 20.000 km. A contatto con le grandi civiltà asiatiche del passato e con popoli dalle antiche tradizioni.

E' una splendida giornata quando la fila dei Camper si muove per salire sul traghetto. Stampa e TV locale hanno pubblicizzato il viaggio. L' organizzatore è un camperista che ha già avuto esperienze in quei luoghi e funge da conduttore, mentre per le visite e le soste locali ci si avvarrà di guide contattate in precedenza. Portiamo indumenti e generi vari da distribuire in Azerbaijan e Uzbekistan.Emozione e timore sono i sentimenti prevalenti che ognuno si porta con sé;i venti di guerra soffiano vicini ed il radicalismo islamico in quei paesi è un rebus. Ci conforta un certo ottimismo pennellato dal simbolo dell'arcobaleno impresso sui nostri mezzi.Sbarchiamo ad Igoumenitza e superiamo i monti ancora innevati del Pindo.Dopo Tessalonika un' autostrada di recente costruzione aggira città e paesi della fascia costiera settentrionale della Grecia e arriva in Turchia. Superata Istambul pieghiamo verso nord sulle sponde del Mar Nero che costeggiamo fino al confine georgiano. Siamo in anticipo e prima di esso sostiamo presso il Monastero turco di Sumela a strapiombo sopra uno sperone di roccia a 1100 metri di altitudine con splendidi mosaici del XII° secolo.Alla frontiera georgiana, formalità a non finire,attese stizzose e dopo il pagamento di 75 $ a camper per tasse e varie possiamo finalmente varcare il confine. Conosciamo la nostra guida, una ragazza di 23 anni che per 10gg.sarà con noi alla scoperta del suo Paese.Il primo impatto con le strade della Georgia è traumatico, butterate e disseminate di buche. Difficile superare i 40 km.orari. Notiamo ovunque abbandono e degrado nelle fabbriche e negli edifici ex sovietici,molti dei quali semidistrutti.Prolificano le mani tese agli angoli delle strade e la povertà è anche indice di disperazione e a volte degenera in criminalità.Forse è anche il prodotto di " un'indipendenza mal gestita " come ci ha detto un diplomatico russo, di cui eravamo ospiti a Rustavi, "noi, (i Russi),abbiamo dato alla Georgia 100 per ricevere 30, adesso sono liberi di esercitare la loro democrazia". Nessun commento!

Batumi e Poti sono due piacevoli centri balneari sul Mar Nero e niente più.Ci inoltriamo verso l'interno in direzione della capitale Tiblisi. Durante il percorso sostiamo a Kutaisi e Gori la città natale di Stalin dove esiste, oltre al Museo, l'unica statua del dittatore sovietico non ancora abbattuta.Di un certo interesse sono alcuni Monasteri georgiani, arroccati sulle alture e raggiunti da strade impervie e disastrate con pendenze a volte impercorribili che facciamo a piedi. Alcuni sono invece dotati di sufficienti parcheggi come il Monastero di Gelati, fondato da Davitt il costruttore autore della riunificazione nazionale nel XII° secolo, o la Cattedrale di Bagrati assisa sopra la collina dominante la città di Kutaisi. Il nostro passaggio suscita curiosità e voglia di comunicare. Leggono "Italia" stampata in caratteri cirillici sui nostri mezzi ed è subito amicizia.Vogliono brindare all'Italia e quando pronunciano questo nome i loro occhi brillano come quando si incontra chi si pensava di non rivedere più. Ne invitiamo qualcuno durante le soste nei camper e con il bicchiere alzato improvvisano un coro le cui modulazioni canore fanno venire la pelle d'oca. Scopriremo che il canto e insieme la danza sono le vere passioni dei Georgiani. La danza ha qualcosa di eccitante nelle movenze feline e sensuali delle donne sui ritmi moderno-orientali, mentre gli uomini scandiscono il tempo con i tacchi e le braccia protese.E poi i brindisi, tanti brindisi....da capogiro! Il vino, ne esistono svariate qualità in Georgia, è di quello buono e genuino ed è una delle pochissime risorse che alleggeriscono la deficitaria bilancia economica.

Tiblisi , pur essendo di antica origine, è una città che non ha molto da offrire e vive sull'incertezza di affrancarsi dal recente passato. Quello più antico data infatti al IV° secolo d.C. anche se i primi insediamenti risalgono addirittura al neolitico.Dalla fortezza di Narikala si domina la città e le vicine Terme sulfuree, i cosiddetti bagni Orbeliani sotterranei, le cui curiose cupole spuntano dal terreno intorno alle quali abbiamo potuto assistere ad una suggestiva rappresentazione di mimi. In prossimità, la Moschea sunnita introduce al dedalo di viuzze della città vecchia in pieno stile orientale. La città nuova è contrassegnata da ampi viali dove sorgono:negozi, centri commerciali, il Municipio ed altri edifici pubblici tra cui l'Ambasciata Azera dove ci rechiamo per ottenere i visti per l'Azerbaijan. Poco distante dalla capitale il Santuario di Miskheta ci avvolge nella sua mistica atmosfera; il sito è antichissimo, era popolato fin dal III° millennio a.C. ma è dal IV°secolo d.C. che da qui entrò il cristianesimo in Georgia. La tradizione vuole che in questo luogo sia sepolta la tunica di Cristo che un ebreo di nome Elioz portò da Gerusalemme. Le due chiese del complesso religioso, dichiarate dall'UNESCO patrimonio dell'umanità per i loro tesori d'arte, costituiscono il cuore spirituale di tutta la nazione georgiana. Suggestiva la città rupestre di Uplistsikhe appollaiata a nido d'aquila sopra uno sperone roccioso ed ancora di più il Monastero e le chiese rupestri di Davit Gareja nella regione del Kakheti, con l' h aspirata come ci suggerisce la nostra guida. Il Monastero che raggiungiamo con due pulmini noleggiati e sotto scorta armata, si trova sui rilievi che delimitano il confine con l'Armenia e l'Azerbaijan. I costoni montagnosi che lo abbracciano sono costellati di grotte, abitate fin dall'XII° secolo da monaci e asceti che qui cercavano pace, solitudine e riparo da saccheggi e invasioni. Alcuni affreschi sono ancora ben conservati ma per vederli è necessario percorrere in bilico sul precipizio uno stretto sentiero. Dalle alture più sopraelevate osserviamo le nostre prossime mète, prima fra tutte l'Armenia verso la quale, il giorno dopo, ci dirigiamo tra immense distese di vigneti e diverse cantine dove gustiamo del buon vino. In serata giungiamo a Rustavi a poche decine di km.dal confine armeno. Pernottiamo nel cortile della caserma di Polizia. Lo stesso funzionario capo ci assicura che quello è l'unico posto sicuro della città ed è infatti qui che quel diplomatico russo ha voluto offrirci la cena. E quando la sera io ed altre persone, incuriositi da voci e musica provenienti da un vicino ritrovo, cerchiamo di uscire, subito due poliziotti armati ci scortano fin lì. E' un battesimo e la festa è in pieno svolgimento; ci scorgono, siamo italiani, scatta la molla della simpatia,ci invitano, cerchiamo di ricusare additando la nostra scorta ma tutto è inutile. Il "tamada", una sorta di cerimoniere, ci coinvolge nel brindisi dell'ospitalità, sarebbe offensivo non ricambiare. In nostro onore l' orchestra attacca l'inno italiano e dopo canti, balli, brindisi, riusciamo ad andarcene un po' storditi e un po' commossi. La Georgia è anche questo.Domattina si parte presto.

Gli ultimi 22 km. che ci separano dalla frontiera armena verranno ricordati come i 22 km. dell'inferno tanto è spaventoso lo sterrato che percorriamo. Vere e proprie voragini in cui affondano i camper rendono indistinguibile la strada dai fossati laterali, polvere e sassi ci martellano sotto, se dovesse piovere?..Finalmente dopo due ore e gli occhi fuori dalle orbite siamo in Armenia. Incontriamo la nostra guida, un simpatico ragazzo di trent'anni profondo conoscitore dell' arte e storia del suo paese che ci assiste nell'iter burocratico e dopo aver lasciato nelle casse doganali altri dollari, (66), siamo in grado di continuare. L'Armenia è un territorio accidentato in prevalenza montagnoso. Dobbiamo superare dislivelli notevoli con salite mozzafiato ma per fortuna il fondo stradale è molto più accettabile che in Georgia. Nel variegato panorama di montagne, pianure e altipiani si raccoglie tutta la storia di questo popolo tormentato da invasioni, guerre, saccheggi e genocidi.I valori fondamentali dell'esistenza hanno trovato nella religione il catalizzatore di una rinnovata vitalità che permea tutta la società armena. Il cuore spirituale del paese non è uno,ma dieci, cento, mille Monasteri sparsi ovunque in zone impervie e deserte, sui picchi inaccessibili, nei grossi centri urbani all'ombra di due vette solenni: il grande e il piccolo Ararat, simboli di un' elegia di biblica memoria. E sono proprio i monasteri che abbiamo visitato in villaggi sperduti come il Monastero di Geghard dal nome della lancia che ha trafitto il corpo di Cristo, o quello di Khor Virap dove la leggenda dice che S.Gregorio il miniaturista sia rimasto imprigionato per dodici anni in un pozzo perché praticava il cristianesimo, oppure quello di Noravank sulla cima di un precipizio, cuori spirituali di questo popolo. Ne poteva mancare quello che viene considerato il Vaticano armeno: il complesso di chiese di Echmiadzin centro della fede apostolica e dei supremi "katholikos" dell'Armenia. Ne abbiamo citati solo alcuni ma quelli visitati sono molti di più negli otto giorni trascorsi con Jacov la nostra guida, orgogliosamente innamorato del suo paese che se avesse potuto ci avrebbe fatto centellinare metro per metro. Uno dei luoghi più spettacolari è quello dove si colloca il lago Sevan a 1900 m.s.l.m. Le sue acque dai riflessi verdi e azzurri si distendono in una conca sulle antiche rotte della "via della seta". Ne percorriamo una scalando il passo di Sevan a 2114 m. Il lago ci appare laggiù, un gioiello dai riverberi luminescenti che si dissolvono nella successiva discesa verso la Georgia poiché i confini con l'Azerbaijan sono chiusi causa lo stato di tensione determinato dalla guerra con il Ngorno-karabakh. Riattraversiamo la frontiera armena per rientrare in Georgia. Dopo aver di nuovo pagato l'uscita e l'ingresso, ormai è diventata un'abitudine, ripercorriamo quell'infernale strada. Questa volta ha piovuto, attraversiamo alla cieca guadi e buche, alcuni dei nostri mezzi si bloccano nel fango e per tirarli fuori occorre il 4x4 di uno dei partecipanti e alla fine contiamo i danni: un serbatoio delle acque chiare troppo basso, frantumato, un supporto del tubo di scappamento rotto, un paraurti oscillante, ecc.ecc.ecc.

Superiamo comunque il corridoio georgiano ed entriamo in Azerbaijan. I contrafforti del Caucaso ci obbligano a scalare un passo montano sotto un nubifragio prima di calare nell'arida distesa pianeggiante che occupa buona parte del territorio centrale dell'Azerbaijan. All'improvviso ci dobbiamo fermare, un'alta colonna di fumo esce dal tetto del pick-up di uno dei nostri. E' un attimo, lingue di fuoco serpeggiano violente; impieghiamo tutti i nostri estintori di bordo per spegnerle. Una parte del tetto in corrispondenza del camino del frigo si è liquefatto.Il frigo era rimasto acceso a gas durante la marcia! Prima della cittadina di Goramboy ci vengono incontro le nostre guide; si, sono i componenti di una famiglia speciale, speciale poiché di discendenza italiana. La nonna, Caterina, è un'arzilla romagnola di 82 anni, un po' nostalgica della sua terra che non vede più da oltre quarant'anni, dal tempo cioè in cui militava nella resistenza durante l'ultima guerra mondiale. In quel periodo conobbe un ufficiale azero, militante anche lui, si sposarono e negli anni cinquanta vennero a stabilirsi in questo paese; lui è morto già da tempo e lei anela a ritornare. La nostra permanenza: due giorni nel cortile del gruppo di case dove abita, ha portato un soffio vitale da quell'Italia che le è rimasta nel cuore e a noi una commovente, genuina ospitalità di quelle che non si dimenticano. La sera a cena ci offrono tagliatelle al sugo fatte in casa com'è costume romagnolo che digeriamo a suon di liscio e musica tradizionale azera. Con un pulmino sgangherato, è quanto ci possono offrire, visitiamo i dintorni. Né mancano gli incontri ufficiali che la nostra presenza nella cittadina sembra stimolare:il capo della Polizia locale e il Sindaco che ci riceve con molta cordialità.Depositiamo il contenuto della maggior parte dei sacchi, indumenti e varie, per la comunità che ci ha ospitato prima di imboccare la strada per Bakù. Bakù è una bella città con edifici prestigiosi primo novecento, negozi alla moda, masse di giovani che vestono all?ultimo grido, un lungomare dove nelle serate si riversa tutta Bakù, ampie zone pedonali e di verde, alcuni monumenti interessanti come l'antica Torre della Vergine ed il palazzo di Shirvan Sha, ma tuttintorno è un proliferare di pozzi petroliferi, una miscela maleodorante di fanghiglia oleosa che impregna il terreno costituendo, si una ricchezza, ma anche uno dei luoghi più inquinati del pianeta. Il gas serpeggia sotto terra oltre che nei gasdotti e nell'antichità è stato il carburante inesauribile che ha alimentato il fuoco sacro nel vicino Tempio zoroastriano a Suraxani risalente al VI° secolo d.C. Il nostro soggiorno a Bakù è finalizzato comunque al visto per il Turkmenistan sulla sponda opposta del Mar Caspio il cui porto di sbarco dista non meno di 12 ore di navigazione. Ma grande è la nostra sorpresa nel constatare che il palazzo dell'Ambasciata è ora occupato dai diplomatici Rumeni. Ci dicono che già da cinque mesi il Turkmenistan ha rotto le relazioni ufficiali con l'Azerbaijan. Costernazione e sgomento ci assalgono ed in un baleno si fa strada l'inquietante prospettiva della fine del nostro viaggio. Lancio la proposta di aggirare il Mar Caspio a sud tramite l'Iran e di raggiungere la capitale turkmena: Ashghabat dal versante iraniano. Dopo qualche discussione la decisione è presa. Con 50 $ a passaporto il Console iraniano a Bakù ci rilascia un visto collettivo di transito per l'Iran della durata di cinque giorni.Quando il nostro conduttore mi consegna il passaporto sorride maliziosamente dicendomi "adesso sei tu il responsabile"; noto con disappunto che gli elenchi con foto e generalità dei partecipanti sono spillati sul mio documento, forse il primo che è capitato fra le mani di un solerte impiegato. A Teheran ci assicura il Console non ci sarà nessun problema per i visti turkmeni dati gli ottimi rapporti esistenti tra i due Stati e non manca pure il "suggerimento" concernente nome e recapito telefonico di una guida iraniana una volta al confine. Le rassicurazioni ci riaccendono la speranza e di buon mattino lasciamo il parcheggio dell'hotel Azer situato al centro della città dove abbiamo pernottato per cinque lunghi giorni e puntiamo la prua in direzione di Astara verso il confine. Attraversiamo l'arido promontorio del Qobustan a sud di Bakù, cosparso di macigni, rilievi e grotte presso le cui pendici ammiriamo gli straordinari petroglifi del neolitico, tuttora fonte di discussione tra gli studiosi quando il Qobustan 10.000 anni fa era un'isola ed il Mar Caspio era collegato al lago d'Aral e al Mar Nero. Si suppone che gli antichi marinai di allora fossero gli antenati degli attuali Scandinavi e di altri popoli europei. Al confine Azero una mostruosa fila di camion ci lascia interdetti e senza fiato anche perché il sole dardeggia tremendamente. L'attesa è relativamente breve, solo tre ore più altrettante per uscire, tra moduli e pagamenti vari. Alla frontiera Iraniana incontriamo la guida mentre ci fanno cenno di parcheggiare nel piazzale antistante la Dogana. Inizia una lunga trattativa per il pagamento del Carnet d'ingresso e dopo un estenuante batti e ribatti fatto di moduli, timbri e sorrisetti ipocriti, i doganieri, che avrebbero dovuto osservare, come ci dicono, un turno festivo, alla fine ci lasciano andare. Quando siamo entrati il sole era alto e adesso siamo al tramonto! Uno dei cinque giorni se n'è andato! Con un vero tour de force giungiamo a Teheran, ci precipitiamo all'Ambasciata Turkmena o meglio al chiosco sulla strada protetto da inferiate al di là delle quali un invisibile funzionario ci fa sapere che i visti nella migliore delle ipotesi richiederanno non meno di venti giorni ridotti a dieci e poi a otto dopo le nostre disperate insistenze. E adesso sono necessarie le fotocopie dei passaporti ed una lettera di presentazione del Console italiano. Deglutiamo l'amaro calice ma riusciamo a fare ciò che ci viene richiesto nonostante un giorno perso per la festa italiana del 2 giugno. Il visto iraniano sta per scadere, dobbiamo rinnovarlo. Una sciocchezza, la trafila impone di andare dalla polizia e ma siamo in Iran, gli Americani sono al confine per la guerra in Irak , c'è tensione, "è meglio che ritorniate in Italia" avvertono; il morale scende ai piedi! Non ci resta che ritornare in Turchia e lì attendere, attendere, attendere. E' quello che facciamo e di gran carriera voltiamo i Camper. Alla frontiera iraniana il tempo massimo è scaduto e per attraversarla è immaginabile l'odissea burocratica non essendo quella la nostra frontiera d'uscita ma quella verso il Turkmenistan come evidenziano i documenti in nostro possesso. Ma qualcuno lassù ci ama e come Dio vuole siamo di nuovo in Turchia.; la cosa tragicomica è che dopo oltre 6000 Km. siamo tornati al punto di partenza! Finalmente dopo i fatidici otto giorni i visti turkmeni sono pronti. Ma questo non basta a due equipaggi che ad Erzurum, dove ci troviamo per un nuovo visto di transito iraniano, lasciano il gruppo. Ci salutiamo amichevolmente prima di rientrare in Iran. Questa volta i visti sono singoli e mi evitano coinvolgimenti e difficoltà dell'andata. Due avarie a due diversi Camper ci rallentano vieppiù la marcia; siamo in ritardo di oltre dieci giorni sul programma quando varchiamo per l'ennesima volta il confine iraniano. Qui ancora una sosta forzosa di 24 ore per le solite noie burocratiche ma ormai siamo vaccinati e d'ora in avanti non ci fermerà più nessuno! Voliamo verso Teheran ormai sappiamo la strada a memoria. I passaporti con i visti turkmeni sono pronti in un giorno e con l'aiuto di un tassista lasciamo l'intricata matassa viaria della capitale ed in due giorni percorriamo i 1100 Km. che ci separano dal confine turkmeno. Poca attesa, circa tre ore, tanti dollari per entrare, 110 a Camper e un lasciapassare di transito da consumare su un itinerario obbligato in cinque giorni, sono le condizioni a quanto appuriamo, eccezionali, visto che il Turkmenistan in questo periodo sta cancellando tutti i visti turistici d?ingresso. Il tramonto ci sorprende a 2000 metri di altitudine sui rilievi montagnosi che dividono questo paese dall'Iran. Il sole occhieggia tra giganti di roccia che sembrano fissarci torvamente e stenta ad illuminare la serpentina stradale che plana verso l'arida pianura dove giace Ashghabat. E' notte quando vi arriviamo dopo l'ennesimo controllo di polizia. Nell'oscurità completa della periferia una persona sbucata da chissà dove ci chiede un passaggio mentre siamo incerti sul da farsi e si offre per trovarci una sistemazione temporanea in un parcheggio cittadino. Nel contempo sventiamo la pretesa di multare il nostro conduttore da parte di due poliziotti che chissà come lo avevano beccato senza le cinture in quella oscurità! Il giorno dopo siamo ospiti nel parcheggio di un lussuoso albergo a cinque e più stelle il cui proprietario è un romagnolo trapiantato quaggiù in cerca di fortuna..e che fortuna!

Ashghabat è stata distrutta ben due volte dai terremoti oltre alle distruzioni patite dalle orde mongole, ma si è sempre risollevata e con successo stante la sua posizione sulla via della seta. Oggi è una città ridisegnata modernamente con larghi viali, edifici monumentali, scintillante fontane laminate d'oro in un turbinio di giochi d'acqua e gigantografie, tante gigantografie dell'attuale Presidente padre-padrone. Gas e petrolio non mancano e qui, sulla via della seta, abbiamo trovato il gasolio più a buon mercato di tutta l'Asia: 22 delle vecchie lire al litro, contro le 33 in Iran, le 350 dell'Azerbaijan e le 650 della Georgia e dell'Armenia: Ci concediamo un giorno di riposo prima di attraversare il deserto del Karakum, la via più breve per arrivare in Uzbekistan. Abbiamo modo di osservare non solo la città ma anche la mescolanza di etnie presenti, russi, Kazaki,kirghisi,Tagiki, e lo spregiudicato abbigliamento femminile in un paese dominato dal corano. Ma evidentemente il rigore coranico del vicino iraniano qui non fa strada. La facciamo noi invece lasciata la capitale nel deserto delle sabbie nere: il Karakum.Procediamo tra villaggi sperduti, sabbie roventi, mandrie di dromedari che caracollano tra le dune in un silenzio irreale rotto da improvvise tempeste di sabbia che occultano il fondo dell'unica strada con conseguenti insabbiamenti da cui fatichiamo a tirarci fuori anche con il potente 4x4 di oltre 5000 cm.c. di uno dei partecipanti. Ci fermiamo a Darwaza un agglomerato in pieno deserto 250 km.a nord di Ashghabat e chiediamo alla comunità il permesso di pernottare; ce lo concedono con entusiasmo, non hanno mai visto un Camper. E' il tramonto ed il sole stende sulla sabbia il suo tappeto dorato. Lontano, l'immensità solenne senza confini. Sappiamo che nei pressi la natura ha riservato uno degli spettacoli più impressionanti dati a vedere. Anche loro lo sanno e si prestano ad accompagnarci sul posto ma non con i Camper, ci dicono sorridendo bensì con un tre assi, un camion a trazione integrale.E' presto fatto, con due autisti alla guida scaliamo le dune, alcune per varie volte poiché il mezzo stenta a superarle: figuriamoci con i Camper ! Intanto il cielo si tinge di arabeschi rossastri e poco dopo scalata l'ultima duna: eccolo lì, solitario nella piana sterminata, dai bagliori roventi, un immenso cratere fiammeggiante, quasi perfetto nella sua sfericità, sembra il camino dell'inferno. Lingue di fuoco si alzano repentine lambendo i bordi, il calore riscalda l'aria che si dissolve in vapori evanescenti. Non possiamo avvicinarci più di tanto per non rischiare di alzare ulteriormente la gradazione termica in un fatale connubio. Ma quel cratere che sembra prodotto dall'impatto di un meteorite ha qualcosa di soprannaturale che ci attira, ci confonde, ci emoziona. Un gruppo di dromedari si sgrana barrendo in lontananza e ci riporta alla realtà, dobbiamo tornare prima che ci sorprenda l'oscurità.

Gli ultimi 150 km. di deserto sono davvero infernali: avallamenti, buche e cordoli provocano sussulti e inclinazioni paurose dei mezzi. L'asfalto sembra frangersi sotto le ruote e le scanalature dalle profonde verticalità ci obbligano a pericolosi zig-zag. Alle dieci di notte nonostante un inconveniente alla pompa del gasolio di un Camper siamo alla Dogana Turkmena, appena in tempo pena la scadenza del visto ci dicono i doganieri ritirando i passaporti per le formalità burocratiche. Ci lasciano pernottare in un piazzale adiacente; siamo gli unici stranieri a passare per quella frontiera dopo tre anni ! Il mattino dopo, sbrigate sollecitamente le formalità attraversiamo il confine Uzbeko senza sborsare neanche un dollaro. Siamo nella terra bagnata dall'Amu-Darya e dal Sir-Darya dove sorgono alcune tra le città più antiche del mondo, terra di passaggio dell'Orda d'oro e dei grandi condottieri mongoli che massacrarono intere comunità rivali e crearono il mito di città superbe e affascinanti lungo quella strada che proprio qui ha interpretato per secoli il suo ruolo più prestigioso: la via della seta. Nukus è la prima città che incontriamo subito dopo il confine uzbeko ed è ancora la pompa del gasolio, questa volta in modo definitivo, a tradire quell'equipaggio che aveva subito l'avaria in precedenza. Dovrà essere rimorchiato fino ad Urgench, 50 km. più a sud. Là, ci dicono, esistono dei bravi meccanici. Speriamo bene ! Anche noi procediamo verso sud per l'appuntamento con la guida uzbeka fissato a Khiva, proprio a pochi km. da Urgench. La guida si chiama Soli ed è un cordiale e maturo signore di cinquant'anni, ex appartenente alla polizia del fù regime sovietico, padre di cinque figli, come ci dice orgogliosamente che arrotonda la magra pensione portando in giro i turisti. Ci dice anche che i doppi o i tripli lavori, dati i bassi stipendi, sono una prassi usuale. Khiva è una splendida città-museo dalle origini molto antiche risalendo all'VIII° secolo, immersa in un trionfo di Moschee, palazzi, minareti, madrase, (scuole coraniche), in cui predomina il blù-turchese in contrasto con il marrone dei suoi potenti bastioni e delle mura. Bazar, negozi, caravanserragli dove si lavorano, secondo gli antichi sistemi, tessuti, rame e legno costellano il dedalo di vicoli che si dipanano entro la cinta muraria. Khiva si trova a 450 km. da Bukara e a oltre 700 da Samarcanda;per raggiungere queste ultime località dobbiamo attraversare ancora un deserto: quello del Kizilkum che occupa quasi i tre quarti del territorio uzbeko. Prima della partenza ci raggiunge l'equipaggio che era stato rimorchiato. Ci racconta l'avidità del camionista che ha preteso 500 $, pena l'abbandono per strada, ma anche la valentìa dei meccanici una volta giunto all'officina che con i pezzi di quattro pompe ne hanno assemblata una per fargli continuare il viaggio.E così è stato. Festeggiamo il rientro e poi in marcia. Il deserto del Kizilkum è un'arida distesa stepposa cosparsa di pietre che il vento macina lentamente e inesorabilmente.Temiamo, visti i precedenti, per il fondo stradale ma con sorpresa ne constatiamo la buona percorribilità. Il calendario segna la fine di giugno e la colonnina di mercurio raramente scende sotto i 40 gradi, ma il caldo è secco e si sopporta bene. La notte,poi, si dorme a meraviglia.

La città marrone o Bukhara-i-Shariff : la "colonna dell'Islam" ha più di 2500 anni, un favoloso centro storico raccolto intorno ad un complesso di Madrase e Moschee tuttoggi funzionanti, una possente fortezza cinta da poderose mura nella piazza centrale e intorno una miriade di bancarelle e mercatini dove si contratta di tutto e dove tutti contrattano. E i famosi tappeti ? Quelli veri inavvicinabili, quelli turkmeni, afgani, e persino quelli iraniani a buon mercato. Ignorata la carta di credito, si paga in contanti, si tratta il primo prezzo e via, via che si procede con la contrattazione si arriva a quello definitivo. I suggerimenti di Soli ci aiutano a scegliere e c'è chi fa il pieno.

Shakhrisabz è la città di Timur o Tamerlano lo spietato condottiero mongolo affetto, sembra, da una anomalia fisica che seminò il terrore in questa parte dell'Asia ma che seppe dimostrare oltre alle sue capacità militari anche lungimiranti doti di esteta e costruttore. La città fu, durante la sua ascesa al potere, feudo personale della famiglia appartenente al potente clan dei Barlas e di essa e della sua bellezza, si dice, oscurasse quella della stessa Samarcanda. Oggi Shakhrisabz che in tagiko significa "la città verde" fa veramente onore al suo nome ed al centro di una radura, un po' discosta dal vecchio nucleo storico, adiacente ad una superba Moschea si trova, quasi seminacosta, la pretesa tomba del grande condottiero.

Siamo ormai alle porte di Samarcanda. Per raggiungerla percorriamo un piccolo ritaglio di territorio kazako mentre una successiva deviazione ci avvicina pericolosamente all'Afghanistan da cui risaliamo per entrare nel territorio di Samarcanda. La città per noi occidentali rappresenta un mito e per ogni viaggiatore una mèta ambita. Siamo arrivati dove la nostra determinazione ci ha portato nonostante le avversità e tuttociò ha il sapore della conquista. Samarcanda non ha bisogno di presentazioni tanto è stato scritto e detto nei suoi confronti, ma questo sito antichissimo che ha fatto sognare intere generazioni che ha alimentato quel mito non ancora corrotto dal tempo, che ha radicato nella suggestione della sua bellezza un fascino misterioso, ci avvolge nella magica atmosfera delle sue sfavillanti maioliche, delle sue inquietanti vie funebri dove risuona il lamento modulato degli Iman, nel clamore assordante dei mercati dove l'anima della vecchia Samarcanda ritorna alle origini ricucendo il destino che l'ha resa inebriante e ineguagliabile.

Il giorno della partenza, sostando con i Camper presso il Palazzo dell'Emiro per una foto ricordo, guardiamo per l'ultima volta il blu-turchese di questa città che si confonde con l'azzurro del cielo e per noi è già ricordo.

Taskent, la capitale uzbeka, si trova ancora più ad oriente lungo la via della seta ma di orientale appare ben poco. La città è vitale ma distaccata e a volte addirittura scostante. Non a caso è stata definita la città più sovietizzata del centro Asia. Piazze, edifici, parchi, megastrutture alberghiere sono quelle di allora; solo le statue hanno cambiato personaggio e c'è una maggiore animazione sulla Sharaf Rashidiv, lo struscio di Taskent. Città uzbeka e città russa sono divise non solo da secoli di storia ma anche nell?impostazione urbana, disordinata ma accattivante la prima; fredda, imponente e simmetrica la seconda. Dappertutto una serie corposa di Musei, qualche Madrasa e un enorme Bazar l'unico a fregiarsi nella sua caotica atmosfera dell'appellativo di orientale.

Soli ci ha voluto lasciare presso la frontiera kazaka; la sua professionalità e preparazione è stata esemplare, ma più di ogni cosa ci ha colpito la disponibilità verso tutti e tutto. Lo salutiamo affettuosamente mentre gli facciamo scivolare in tasca, vincendo la sua reticenza, l'equivalente di circa due mesi di stipendio:50 $. Arrivederci Soli, non addio.

Ci hanno dipinto il Kazakistan a fosche tinte per le strade e la solerzia troppo interessata dei poliziotti. Non abbiamo la guida per vari motivi non ultimo quello delle sue esose richieste in merito a certi itinerari. Fino a Turkistan, qualche centinaio di km. a nord di Taskent, la strada è accettabile e si disegna in un paesaggio contornato da corsi d'acqua, canali d?irrigazione lungo i quali si alternano mandrie di bovini e cavalli. La città ospita il Mausoleo fortificato di Qozha Akned Kasani maestro sufi del XII° secolo la cui tomba è tuttora oggetto di profonda venerazione e pellegrinaggi. L'edificio fatto erigere da Tamerlano fu lasciato, alla sua morte, incompleto nella facciata e tale è rimasto da allora. I camper, sul piazzale antistante, sono spunto di attrazione per i pellegrini che ci giudicano dei coraggiosi per essere arrivati sin qui. Non sanno quanti km. dobbiamo ancora percorrere ma quando accenniamo che la nostra destinazione è la città di Aktobe più di 1000 km. su a nord storcono la bocca e ci fanno cenno di rinunciare. Ma di lassù dobbiamo passare. Il loro diniego lo capiremo in seguito.

Aral, sull'omonimo lago, una volta era un porto lacustre ed anche abbastanza importante. Oggi dopo le forsennate opere dirrigazione eseguite dai Sovietici per la cultura del cotone è diventata una squallida cittadina dellentroterra circondata da paludi, triste eredità delle acque lacustri ritiratesi per oltre 40 km. Il deprimente spettacolo fatto di carcasse di navi arrugginite e abbandonate a se stesse è niente di fronte all'irreversibile catastrofe ambientale. Il Kazakistan è un territorio vastissimo la cui superficie è quasi pari a quella dell'Europa. In passato nelle immense solitudini della steppa i Sovietici avevano eretto i loro poligoni per gli esperimenti nucleari di cui forse non rimane più traccia; rimane invece per importanza il Cosmodromo di Baykonur per il lancio di Sonde e uomini nello spazio. Il Cosmodromo sorge nell'enclave russa a qualche decina di km. a nord di Aral e ci tenta la possibilità di visitarlo. La cifra è in caratterestratosferica ! 375 Euro a persona. Con quell'importo abbiamo coperto molto della nostra permanenza in alcune Repubbliche ex sovietiche. Adesso la steppa è tutta nostra. Baykonur è l'ultimo centro cittadino a ridosso del Cosmodromo prima degli sterminati deserti stepposi. Uno sbilenco cartello stradale ci annuncia che Aktobe, la città presso cui invertiremo la marcia per la Russia e l'Ucraina, si trova a circa 900 km. Per tre lunghi giorni guidiamo ininterrottamente, salvo brevi soste, dalle 7 del mattino fino al tramonto. I mezzi che incontriamo si contano sulle dita di una mano. La strada si fa sempre via, via più brutta, tormentata da buche e avallamenti che ci lasciano sgomenti. Poi in un crescendo quasi sadico diventa terrificante; l'asfalto si piega, si ingobbisce, si alza in creste taglienti, si raggomitola su sé stesso, sparisce sostituito da barriere di sterrato al centro della carreggiata che la pioggia rende scivoloso e impraticabile. A volte prima che tutto sia asciutto dobbiamo attendere per ore. Guidare con cautela non basta, dobbiamo guardarci anche dai cavalli bradi che invadono la strada quando meno te lo aspetti o dai cammelli che affiancandoci, procediamo a passo di cammello, ci superano piazzandosi davanti ai mezzi. A ciò si aggiunge la penuria dei rifornimenti; l'acqua esiste, ma solo in pozzi di argilla, quando la tiriamo su la ributtiamo giù. Il gasolio spesso nelle stazioni di servizio è una rarità e a volte le taniche che abbiamo di scorta sono appena sufficienti. Il mattino ci sveglia con l'angoscia di dover percorrere quella strada, l'unica, dove il contachilometri dopo ore si muove impercettibilmente. Le piste, parallele alla strada, ci riempiono di polvere ma sono una valida alternativa per procedere a poco più di 25 km. all'ora, quando non ci impantaniamo perdendo tutto il tempo guadagnato! E' il classico cane che si morde la coda, ma alla fine a 80 km. da Aktobe l'asfalto si ricompatta e possiamo respirare. In città facciamo tutti i rifornimenti possibili: acqua, gas,(ottimo propano), generi alimentari. Ci aspetta un nuovo calvario come ci dicono alcuni camionisti, questa volta però breve: solo 300 km. ma il metro si allunga a sproposito prima di arrivare ad Aterau, centro petrolifero kazako sul Mar Caspio. Alcuni cartelli dell'AGIP ci rammentano la provenienza delle nostre importazioni energetiche nonché l'enorme ricchezza sotterranea del Kazakistan. Per contro ci imbattiamo nei radi villaggi isolati nella steppa dove l'unico mezzo di locomozione è il cavallo o il cammello. In prossimità della frontiera kazaka riprende l'allucinante danza dei Camper per sfuggire alla corruzione dell'asfalto ma non a quella dei doganieri che dopo un'attesa di cinque ore sotto un sole snervante ci lasciano andare mentre intascano il loro pizzo. Gli edifici della Dogana sono sulle sponde di un ramo del Volga e occorre traghettare. Lo facciamo senza voltarci indietro come la famiglia di Lot, di biblica memoria, nel momento dell'abbandono di Sodoma e Gomorra e come la moglie di Lot rimase pietrificata voltandosi pure noi lo siamo rimasti spesso di fronte al massacro stradale perpetrato a danno dei nostri mezzi. Stentiamo a credere di essere in Europa quando attraversiamo la linea di demarcazione costituita dal Volga nei pressi di Astrakan. Delle famose pellicce neanche l'ombra ma dei numerosi battelli che invitano alla visita del Delta non c' è che la scelta. Astrakan è una città attraente anche se le tracce delle sue antiche vestigia sono state in parte sacrificate alle moderne esigenze urbane. Ci portiamo per ricordo gigantesche foglio di loto che abbiamo raccolto dove il Volga sposa il Mar Caspio e voliamo sulle ottime strade di questa parte della Russia verso Elista capitale della Repubblica dei Kalmukky, pittoresca ed esotica città , un lembo di Cina trapiantato in Russia. Perfino i chioschi lungo le strade sono a forma di pagoda e ovunque non mancano Templi a Confucio e Budda.

Stravopol, Krasnodar, Novorossijsk sul Mar nero ci avvicinano alla sottile punta peninsulare che introduce alla Crimea e stringe in un itsmo il Mar d'Azov prima che esso comunichi con le acque del Mar Nero. Percorriamo lo stretto corridoio che da Novorossijsk attraverso immense distese di vigneti per la produzione dello champagne russo porta alla frontiera per il successivo imbarco verso Kerk sulla sponda ucraina. Il braccio di mare e a portata di valenti nuotatori, un quarto d'ora di navigazione, ma per noi occorrono più di sei ore di attesa per potersi imbarcare alla spicciolata data la limitata capienza del traghetto. E quando ci congiungiamo nel piazzale antistante la Dogana, dopo le formalità d'ingresso, è già notte. Questa volta siamo davvero in Europa ! L'ultima defezione avviene proprio qui ad opera dell'equipaggio reduce dall'avaria alla pompa del gasolio. Siamo partiti in dieci, siamo rimasti in sette.

La Crimea è una splendida regione ucraina, un clima salubre, mediterraneo, una tradizione ricca di storia, gente ospitale e sorridente, magnifiche città e siti archeologici prestigiosi, il tutto incastonato in uno scenario naturale di grande effetto con panorami suggestivi ed un mare stupendo. Visitiamo Feodosia, Sudak, Simferopoli, Jalta con il celebre palazzo della storica conferenza, Sebastopoli nella cui rada convive la flotta navale ucraina e quella russa, Odessa con la famosa scalinata Potiomkin e attraverso immensi campi di girasole Kiev, la capitale, l'antica residenza dei principi Russ, scintillante di cupole, Chiese, monasteri. Scrigni straordinari di capolavori d'arte e centro della liturgia ortodossa che immortaliamo con le nostre telecamera in occasione della visita del Primate ucraino. Siamo ormai ritornati a casa ed il resto non ha più storia. Ci salutiamo dopo la frontiera ucraina e tramite Ungheria, Croazia, Slovenia approdiamo in Italia. Come in tutti i viaggi di questo tipo tireremo le somme a mente fredda, ma quello che abbiamo vissuto, sognato, patito e ammirato resterà sempre dentro di noi poiché tutto, anche gli eventi più indesiderati e gli aspetti più negativi faranno parte del nostro patrimonio di esperienze senza le quali muore qualsiasi iniziativa.

CONSIDERAZIONI FINALI

Le Repubbliche centroasiatiche che abbiamo attraversato lamentano le conseguenze del crollo del regime sovietico.Pur avendo conseguito l'indipendenza risultano ancora imbevute della struttura politica e amministrativa del tempo ed alcune di esse come la Georgia non disdegnerebbero affatto di rientrare nell'orbita russa. La ricchezza di gas e petrolio nel Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan alimenta gli appetiti delle grosse multinazionali occidentali favorite da una certa sensibilità da parte dei Presidenti padre-padroni di quelle realtà. Ciò premesso,per quanto ci riguarda, abbiamo notato una netta predisposizione ad amministrare turisticamente più i gruppi che i turisti in solitaria, poiché meglio controllabili. La sicurezza in questi Stati, per chi vi arriva in Camper, è indirizzata, in mancanza di strutture adeguate, verso parcheggi custoditi e recintati, di preferenza quelli nei pressi dei grand hotel. Per questo non abbiamo avuto mai di che lamentarci. I prezzi sono irrisori.La popolazione in generale è cordiale verso gli italiani ed in Georgia e Azerbaijan disponibile fino all'eccesso. La simpatia che ci circonda nelle Repubbliche del centro-Asia è palpabile in ogni luogo. La viabilità è disastrosa in Georgia, accettabile in Armenia, a fasi alterne in Turkmenistan, buona e a volte ottima in Uzbekistan, appena sufficiente in alcuni tratti in Kazakistan ed in altri, letteralmente spaventosa, ottima in Russia e buona ed in continuo miglioramento in Ucraina. Il viaggio che abbiamo compiuto può essere effettuato da normali veicoli in produzione, con particolare attenzione per quelli a telaio ribassato. Non occorrono, anche se a volte era auspicabile, veicoli a trazione integrale. La spesa totale per un simile viaggio, (105 gg. 20.000 Km.), non ha superato i 2 milioni al mese, souvenirs a parte. Il collaudo dei mezzi e dei partecipanti è stato severissimo: 10 equipaggi partiti, 7 arrivati. Per quanto mi riguarda personalmente devo esprimere il mio compiacimento alla LAIKA per la robustezza ed il perfetto assemblaggio della cellula abitativa del mio Ecovip 200 che ha superato indenne i massacri stradali senza denunciare inconvenienti, tranne qualche vite saltata poiché inadeguata a sorreggere alcuni supporti come l'ancoraggio di una spalliera sul sedile di una dinette. L'IVECO 35/13 Common rail ha assolto senza problemi il suo compito di trasportatore in virtù della potenza trainante e della solidità dello chassis pur in presenza di sovrappesi. Devo esprimere un grazie veramente sentito alla CARAVANBACCI per l'assistenza prestatami e per la professionalità sia del suo dinamico titolare che per quella di tutto il suo personale, disponibile e cortese. E poi un grazie, diciamolo pure. anche a chi modestamente ha portato in giro per il centro-Asia il nome Laika.

MARIO CECCANTI.
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