Bruno Ferrini, il padre della Exodus: «Vi racconto come nacque il camper in Valdelsa»
Intervista raccolta da Paolo Bacci per Caravanbacci
Bruno Ferrini è il fondatore della Exodus, il marchio di caravan nato a Poggibonsi che negli anni ’70 costruì una delle migliori reti di concessionari d’Italia, arrivando a contare 99 punti vendita su tutto il territorio nazionale. La sua storia personale attraversa tutta la genealogia dei costruttori della Valdelsa: fu dipendente e capo operaio nelle prime aziende del territorio, socio della Rimor, e infine imprenditore in proprio con la Exodus. Pochi come lui possono raccontare in prima persona come la Toscana, tra Poggibonsi, Tavarnelle e Calenzano, sia diventata una delle capitali europee della caravan e del camper.
In questa conversazione con Paolo Bacci, titolare di Caravanbacci — concessionaria attiva dal 1974 che di quella stagione fu testimone e protagonista sul fronte della vendita — Ferrini ricostruisce un pezzo di storia industriale italiana: la nascita di Laika dentro le officine di un altro costruttore, la prima Exodus prototipata dentro Laika, l’origine di Mobilvetta da un’azienda di mobili, e il ruolo inaspettato che il marco tedesco ebbe nel salvare un intero distretto.
L’intervista fa parte del percorso di ricostruzione della storia del plein air italiano che Caravanbacci sta raccogliendo attraverso le voci dei suoi protagonisti.
L’intervista
Paolo : Bruno, chiudi gli occhi e pensa alla Exodus. Qual è la prima cosa che ti viene in mente?
Bruno: Un bel ricordo e un triste ricordo insieme. Bello perché dal niente si riuscì a creare in pochi anni una grande azienda, con 99 concessionari in tutta Italia. In tanti mi dicevano che avevamo la migliore rete di concessionari d’Italia, e io mi sottovalutavo, pensavo mi prendessero in giro. Poi ho capito che era vero: era una rete che non gestivamo obbligandola a comprare il nostro prodotto — erano concessionari che il nostro prodotto lo vendevano davvero.
Paolo: Raccontaci un bel momento di quegli anni.
Bruno: Il primo raduno che organizzai per i concessionari, al resort San Luigi, verso il 1977-78. Fu una cosa fatta in grande, e mi lasciò un grande entusiasmo. Ma di momenti esaltanti, a dire il vero, non ce ne furono molti: eravamo piccoli, nati senza capitali, ed è sempre stata una battaglia per conquistarsi il proprio spazio. Fino all’errore che mi misero in testa di fare: comprare un vecchio edificio che mise l’azienda in difficoltà sul piano dell’equilibrio finanziario.
Paolo : C’è un episodio che ti riempì d’orgoglio?
Bruno: La prima volta che portammo le caravan Exodus in mostra alla Fortezza da Basso, a Firenze. Eravamo convinti che non fosse andata bene, quasi demoralizzati. Poi, uscendo, come succede sempre alle fiere, sentii parlare tra loro delle persone che capii dopo essere giornalisti. Uno disse: «Ma hai visto che progresso ha fatto la Exodus?». Lì mi riempii d’orgoglio.
Paolo : Cosa c’è stato di toscano nel costruire quelle roulotte e quei camper?
Bruno: Il toscanismo è stato saper conciliare la costruzione e l’arredamento con la volontà toscana di fare le cose per bene. Punto.
Paolo : Qui siamo tra due toscani veri — Bruno è un toscano doc, di Poggibonsi.
Bruno: Anzi, vengo da Berignone! (ride)
Paolo : Erano altri tempi. Com’era fare impresa allora?
Bruno: Si viveva una quotidianità diversa: c’era ancora il rapporto personale, sociale. Ma fu anche un momento critico. La zona di Poggibonsi, proprio negli anni tra il 1973 e il 1983-85, quando noi prendevamo lo sviluppo, era fortemente sindacalizzata e politicizzata. Per un imprenditore era dura: si arrivò a toccare punte del 45, anche 48 per cento di assenteismo. E lavorando in linea di montaggio, un errore in una stazione se lo portava dietro tutta la produzione: una volta, per delle viti da 54 millimetri montate al posto di quelle da 25, una scocca diventò un colabrodo prima di arrivare al collaudo. E parliamo di mezzi che allora si vendevano a cifre importanti. Furono scontri durissimi, anche con il sindacato di zona.
E poi c’erano le tragedie che fermavano tutto: con il terremoto del Friuli le roulotte furono requisite, e lo stesso accadde con il terremoto dell’Irpinia. L’entusiasmo, in quegli anni, non si è mai potuto avere davvero: si è sempre lottato con il coltello fra i denti.
Paolo : Com’era il rapporto tra concessionari e costruttori?
Bruno: Ho assistito alle riunioni dell’associazione dei costruttori, e lì nacque il conflitto: per i costruttori i concessionari erano i ricchi, per i concessionari i ricchi erano i costruttori. In una di quelle riunioni dissi: guardate, io non ho studiato, non sono diplomato né laureato, ma credo di avere i piedi per terra e il cervello nella testa — qui si sta facendo una guerra tra poveri. Lo capii dopo il perché: alcuni costruttori vedevano nei concessionari dei semplici acquirenti, non dei partner con cui lavorare.
Paolo : E ancora oggi, per certi versi, è così.
Bruno: Bravo. Ci fu anche chi, in quelle riunioni, disse che non concepiva un’azienda che lavorasse con il 3-4 per cento di valore aggiunto, quando un’industria doveva stare almeno al 13-14. Poi quando toccò con mano il 3 per cento, ne fu entusiasta lui per primo. (ride)
Paolo : Ora però raccontaci la storia che ci tieni a raccontare: come è nato il camper in Valdelsa.
Bruno: Il camper della Valdelsa è nato così. A quei tempi c’era la SAO dei fratelli Tognolo, a Firenze, che gestiva una linea di autobus pubblici e privati, e a cui venne l’idea di costruire roulotte. A una fiera dove presentarono quelle roulotte, due imprenditori valdelsani di Poggibonsi — Gori e Nencioni, che costruivano carrelli portatelevisori — presero contatto e conobbero il direttore della SAO, un certo Osvaldo Melani. Se lo accaparrarono, e fu lui a insegnargli a fare le roulotte. Da zero.
Paolo : Da zero.
Bruno: E da lì parte l’Etna. A quel punto entra in scena Moscardini, che era stato direttore alla Everest, le macchine da scrivere. Vedendo che questa storia delle caravan nasceva, e spinto dal segretario comunale di Tavarnelle, si mise in testa di fare le roulotte anche lui. Ed essendo un genialoide, fece una roulotte a cannocchiale — quella bianca e rossa.
Paolo E quella roulotte a cannocchiale dove nasce?
Bruno: Dentro l’Etna. La prima Laika nasce dentro l’Etna. Quando il socio dell’Etna vide che Moscardini faceva sul serio, lo buttò fuori subito — ma ormai era partita, e l’idea era giusta. Da lì comincia l’avventura Laika. Moscardini capì presto che il sistema a cannocchiale non era adatto alla vendita di massa, e passò alla caravan tradizionale.
Poi succede che Laika faceva un prodotto d’élite, e i suoi concessionari le facevano presente che mancava un prodotto economico. Io ero stato dipendente di Moscardini, e all’Etna ero stato anche capo operaio, seguivo la produzione. Quando mi trovai fuori dall’Etna, riavvicinai Moscardini, e fu lui a dirmi: perché non fai una roulotte economica per noi? Ecco dove è nata la Exodus: il primo prototipo fu costruito dentro la Laika.
Paolo: Quindi la prima Laika nasce in Etna, e la prima Exodus nasce in Laika.
Bruno: Bravo. Presentai i primi tre prototipi alla fiera di Calenzano. I concessionari, che all’inizio spingevano per avere questa nuova rete, quando la videro criticarono Moscardini: «Perché ti metti in casa una roulotte sconosciuta?». E Moscardini mi mandò a chiamare e mi disse: «Caro Ferrini, io non voglio che tu perda questa occasione, te lo dico prima così puoi prendere le tue decisioni». Un gesto di grande correttezza. Da lì partii per la mia strada.
Paolo : E la Mobilvetta come nasce?
Bruno: La Mobilvetta nasce da un momento in cui Laika arrivò lì lì per fallire. Noi allora, con la Rimor, costruivamo le roulotte per la Roller, e si guadagnava bene. Tutti i giorni i funzionari delle banche venivano a raccontarci le disgrazie della Laika per farci diventare loro clienti. Poi arriva la fiera — mi pare fosse il ’76 — e la Laika si presenta con una gamma totalmente rinnovata, con dei mobili fatti a regola d’arte, da arredamento di casa. Ed ebbe un grosso successo. E chi li faceva quei mobili? La Mobilvetta, che era un mobilificio. Quando Laika cominciò a tirargli il collo sui prezzi, alla famiglia che la guidava venne l’idea di fare le roulotte in proprio: nasce la caravan Mobilvetta, e poi i camper di conseguenza.
Paolo : E la Rimor?
Bruno: Io ero in società con la Rimor. Quando la Roller, che ci ordinava 12-13 roulotte al giorno, creò quel problema che creò, successe un mezzo disastro, e lì decisi di staccarmi e dare vita alla Exodus. Gli altri rimasero con la Rimor, che lavorava per la Caravans International. Poi la Caravans International comprò l’azienda perché andava male, e Niccolai a quel punto si staccò e diede vita alla Rimor. Con la R finale! (ride) Ci teneva a dirlo così.
Paolo : E la Roller? A quei tempi era sopra tutti.
Bruno: La Roller era una potenza, superiore anche ai tedeschi. E ti racconto come è nata la mia rete di concessionari: è nata un boccone alla volta. Avevo fatto amicizia con il concessionario Roller di Novara. A quei tempi, sia con la Elnagh che con la Roller, o eri con loro o contro di loro: se prendevi un altro marchio ti buttavano fuori. Questo concessionario mi disse: «Ferrini, io la notte non dormo. Quest’anno, quando ci hanno convocato, la Roller mi ha fatto firmare due miliardi e mezzo di cambiali, perché mi dicono quanto devo comprare l’anno prossimo. Preferisco venire con te: con te sono tranquillo». Io i miei concessionari li visitavo quasi tutti i mesi, e loro mi ordinavano quando avevano venduto. Ero elastico, avevo l’elasticità del piccolo produttore.
Paolo : Poi arrivò il «caro Marco»…
Bruno: Ecco, questa è bella. Devi sapere che sia la Rimor che la Mobilvetta, a un certo punto, erano tutti i giorni sul punto di saltare in aria. Anni dopo, il povero Niccolai fece il suo grande stabilimento e io andai a trovarlo, da ex socio. Gli dissi: «Vedi Niccolai, voi dovreste fare un monumento al caro Marco». E lui: «Ma no Ferrini, per carità!». «No, no — gli dissi — né a Ferrini né a Bruno: il monumento dovete farlo a Marco». E chi è questo Marco? Il marco tedesco! Quando il marco schizzò in alto, gli stranieri vennero in Italia a comprare i camper, e lì rifecero i soldi tutti — altrimenti erano falliti. (ride)
Paolo: Come si conclude questa chiacchierata, Bruno?
Bruno: Da una parte sono orgoglioso, perché sono stato promotore di tante cose. Se vai oggi dai costruttori, vedrai che montano prima tutti i mobili e tutti gli impianti, e poi ci mettono sopra la scocca: quella invenzione si chiama Bruno Ferrini, e ne sono orgoglioso. Come sono orgoglioso di quando venne la delegazione della Elnagh, con l’ingegner Ghezzi, a vedere come lavoravamo alla Rimor, dove montavamo le roulotte per la Roller con le parti che ci arrivavano staccate. Un loro tecnico mi chiese perché in una fase si mettevano solo i punti di riferimento con la dima e nella fase successiva un altro operatore avvitava le maniglie: era una questione di tempi di linea. La Elnagh guardò, imparò, e fu poi la prima azienda in Italia a fare la linea di montaggio in costante movimento.
Dall’altra parte, sono un po’ demoralizzato: perché tanti altri hanno fatto fortuna, e io no. Questa è la verità.
Paolo : La tua storia completa la stiamo costruendo per iscritto, e i lettori la troveranno tutta sviluppata sul nostro sito. Ma prima di salutarci, regalaci un’ultima delle tue.
Bruno: Te la racconto. Anni fa ero in un campeggio a Follonica e mi arriva una telefonata: «Parlo con il dottor Ferrini?». Guardi, neanche infermiere — però Ferrini Bruno sì. Era una dottoressa della Consob. Con tutte le truffe che girano oggi, feci controllare il numero a mio nipote: era davvero la Consob. Mi fecero un’intervista di quasi un’ora e mezzo, domanda e risposta, domanda e risposta. Alla fine la dottoressa mi chiede: «Posso farle un’ultima domanda? Ma lei quante lauree ha?». Sai che in Toscana si dice che i bugiardi vanno di numeri dispari, e mi scappò detto: «Cinque». E lei: «E in quali materie?». E io: «Marciapiede». Rimase zitta un secondo, poi mi disse: «Sa che ha proprio ragione?». (ride)
Paolo Bacci: Grazie Bruno. Alla prossima puntata della nostra storia.