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Il leggendario Viaggio di ARCA in India del 1975

Nel 1975, quattordici persone, per 90 giorni , percorrendo 33.000 km  decisero di affrontare un’impresa fuori dal comune: raggiungere l’India viaggiando in camper, attraversando Italia, Jugoslavia, Bulgaria, Turchia, Iran, Afghanistan e Pakistan. Un’avventura visionaria, nata dalla mente di Alberto Barbiere cofondatore dell’ARCA in un’epoca in cui viaggiare significava soprattutto affidarsi al coraggio, all’ingegno e allo spirito di adattamento.

Questo articolo ripropone l’estratto del diario di Viaggio dell’ ARCA in India del dott. Alberto Barbieri, pubblicato sulla rivista iTimoni . Il testo è arricchito dai ricordi personali di Paolo Bacci e Claudio Barbieri , testimoni indiretti di quell’esperienza unica, che offrono uno sguardo umano, tecnico e appassionato su un’avventura rimasta nella storia del turismo itinerante italiano.

Grazie al recupero di materiali originali e al contributo di chi visse da vicino quell’impresa, è oggi possibile ricostruire non solo il percorso geografico, ma anche il contesto storico, sociale e umano di un viaggio che ha segnato un’epoca e lo spirito pionieristico di ARCA.

I ricordi di Paolo Bacci:

Nel 1975 avevo 17 anni. Nel settembre del 1974 avevamo appena preso la concessionaria ARCA, e di quel famoso viaggio ho sempre sentito parlare, ma mai in modo davvero approfondito. Da adolescente pensavo soprattutto ad altro, anche se già aiutavo i miei genitori in officina, facendo piccoli lavori sulle caravan e seguendo qualche contratto di vendita.

Una figura che vedevo spesso passare da noi era Aldo Fioravanti: arrivava con il suo camion per caricare le caravan o per portarci pezzi di ricambio. Era lui il vero punto di riferimento della colonna del viaggio in India e dell’azienda ARCA, un uomo tuttofare, alto, robusto, pelato, con un aspetto inconfondibile. Anche d’inverno il suo abbigliamento era sempre lo stesso: scarpe di cuoio basse, calzini corti di cotone color scuro, pantaloncini di cotone cortissimi come si usava una volta e una semplice maglietta di cotone. Per me era un mito.

Nel corso degli anni ho provato più volte a cercare informazioni su internet, ma senza mai riuscire a trovare materiale significativo. Finalmente, grazie all’intelligenza artificiale, sono riuscito a recuperare e ricostruire questa storia. Per questo ringrazio il figlio del titolare della testata “Itimoni” @Andrea Tancredi per avermi concesso la possibilità di ripubblicare il racconto del viaggio, e ringrazio Claudio Barbieri, allora direttore commerciale di ARCA e figlio del cofondatore Alberto – l’uomo che ideò e realizzò quell’impresa – per i preziosi commenti che seguono .

Alcune delle meccaniche che fecero il viaggio: numeri che oggi fanno sorridere, ma che io ho avuto modo di guidare quando, invece di farsi portare con i camion i camper, andavamo a prenderli a Pomezia sede dell’ARCA viaggiando in strada. Il 238 nella prima salita autostradale a Civitavecchia molto spesso dovevo scalare in 3 marcia per riuscire a raggiungere l’apice, ora non ci accorgiamo che è salita ascoltando il motore e la marcia rimane comodamente in 6°

FIAT 238

  • 1.438 cc
  • trazione anteriore
  • 4 marce
  • 46 CV
  • crociera: 75–85 km/h

FORD TRANSIT

  • 1.498 cc
  • trazione posteriore, ruote gemellate
  • 4 marce
  • 62 CV
  • crociera: 80–100 km/h

Nessuna elettronica.
Nessun aiuto alla guida.
Solo meccanica, esperienza e capacità di adattarsi.

Questi i ricordi di Claudio Barbieri:  

Il leggendario Viaggio ARCA in India del 1975 fu un’esperienza per mio padre davvero straordinaria. All’epoca i camper venivano allestiti soprattutto su Fiat 238, a ruota singola o doppia, e su Mercedes che, pur affidabili nei motori, avevano sospensioni piuttosto instabili. I Ford, invece, erano robusti ma difficili da avviare a freddo e talmente rumorosi da rendere impossibile parlare durante il viaggio. Nonostante tutto, molti partecipanti li scelsero comunque.

Durante il viaggio mio padre rimase molto colpito dalla massiccia presenza di carri armati, segno di un apparato militare che sembrava inattaccabile. Era convinto che lo Shah fosse ben protetto dall’esercito, ma pochi mesi dopo venne deposto pacificamente da Khomeini. Questo cambiamento mi colpì profondamente, soprattutto alla luce delle conseguenze negative della teocrazia che ne seguì.

Attraversando campagne e deserti desolati, incontravano spesso giovani pastori che portavano pecore e capre a nutrirsi di sterpaglie, poiché l’erba era quasi inesistente. Era primavera, ma non offriva nulla di più. I bambini, che raramente vedevano automobili, si divertivano a lanciare sassi ai mezzi in transito. Curiosamente, Jovanotti ha raccontato esperienze simili vissute in bicicletta molti anni dopo, segno che, a distanza di mezzo secolo, il rapporto con i viaggiatori è cambiato ben poco.

Un’altra immagine indelebile fu l’impressionante densità di popolazione in India e l’enorme disparità sociale: moltissime persone dormivano per strada, protette solo da cartoni, l’unico riparo possibile dall’umidità.

Infine, papà ricordava l’episodio di Fioravanti, che con il suo Mercedes 508 trainava una piccola roulotte verso il Monte Ararat. Il meccanico di bordo, Velellis, si occupava delle riparazioni essenziali, ma non aveva grande esperienza. Dopo aver sofferto le strade turche e le continue vibrazioni, la roulottina arrivò sull’Ararat completamente distrutta. In modo quasi simbolico, proprio come l’Arca di Noè, anche quella roulotte “si arenò” lì, vinta dalla fatica del viaggio.

Viaggio in India 1975

L’esperienza vissuta da 14 persone che nel lontano 1975, ebbero l’idea ed il coraggio di affrontare un lungo viaggio a bordo dei propri camper attraversando: Italia, Jugoslavia, Bulgaria, Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan per giungere in India

di Francesca Tania Tancredi

Recentemente abbiamo avuto l’opportunità di visionare il diario di bordo del viaggio del Dott. Alberto Barbieri  (riferito a marzo 2002 pubblicato su iTimoni n. 2 maggio-giugno 2002 n.d.r.) , grazie alla gentile collaborazione della moglie Signora Maria Luisa Allegretti.

Il diario è un’affascinante raccolta di notizie dell’esperienza vissuta da un gruppo di 14 persone che nel lontano 1975 ebbero l’idea ed il coraggio di affrontare un lungo viaggio a bordo dei propri camper attraversando: Italia, Jugoslavia, Bulgaria, Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan per giungere in India.

Ci avrebbe fatto piacere poter pubblicare integralmente il diario, ma per ragioni di spazio non è stato possibile. Così abbiamo pensato che sarebbe stato interessante rivivere questo viaggio attraverso un’intervista immaginaria al sig. Alberto

Viaggio in India 1975

Dott. Barbieri come è nata l’idea di questo viaggio?

“Iniziammo tra amici, con gite nei dintorni di Roma, per passare in allegria il week-end alla scoperta delle bellezze del Lazio e ci venne l’idea, facile per noi ormai pensionati, di fare un giro a largo raggio.

Il motocaravan è, a mio parere, il mezzo turistico più completo che consente di poter respirare -aria di casa sotto ogni cielo-.

Dalle colonne del giornale dei campeggiatori 2C camping e caravanning avevo divulgato l’idea e gli interessati non si son fatti attendere; secondo le previsioni e le intenzioni dovevamo al massimo essere quattro o cinque; alla partenza eravamo quattordici!”.

Fra i paesi che avete visitato uno dei più vicini a noi per distanza ma lontano per cultura è la Turchia, molti temevano di affrontare un viaggio in quelle zone per paura di fare brutti incontri. Me lo conferma? Vuole raccontarci un episodio?

“Sono le ore 16, incomincia ad imbrunire e trovo uno slargo che a malapena potrebbe contenerci tutti;
poco più in alto la nebbia sta invadendo ogni cosa. Mi fermo ed indìco il solito referendum per conoscere il parere della maggioranza: sostare o continuare a salire? La maggioranza è dell’idea di fermarci, ma qualche signora teme di pernottare così lontano da ogni centro abitato. Purtroppo non è così! Con molte manovre riusciamo a essere tutti contenuti nello spiazzo. Abbiamo appena terminato l’operazione, che i primi
ragazzacci iniziano ad avvicinarsi; da dove sono arrivati?

Il Padre dell'Autocaravan

…A poco più di mezzo chilometro, nascosto dalla nebbia, c’è un paesino dal quale una trentina di giovani intorno ai sedici, diciotto anni, hanno iniziato una processione, avendo notato la nostra presenza. Difficile farsi capire, se non a segni. Sono ragazzi terribili che ci fanno tornare alla memoria il vecchio detto romano: mamma, li turchi! e ci chiedono sigarette e caramelle.

Qualcuno si commuove e distribuisce i primi doni. Questo invece di calmarli, li eccita e aumentano le loro richieste. Prego gli amici di rientrare nelle proprie autocaravans e di tirar giù gli oscuranti, onde evitare che i loro nasi si incollino ai vetri, come stanno già facendo. Tutto ciò li agita ancora di più: ma che brutto carattere!

Ci fanno capire che dalla montagna, che è a strapiombo sopra di noi, potrebbero cadere grosse pietre.

Messa da parte ogni prudenza accendo una lampada allo iodio del tipo usato dai carabinieri, e facendomi prestare dall’amico Ricci il suo pistolone lanciarazzi con cartucce che sembrano proiettili di antiaerea, faccio loro comprendere che non esiteremmo ad individuare chi faccia cadere le pietre e a sparare, senza complimenti.

Tra questi scalmanati ce ne sono un paio più grandi, (uno dei due con l’espressione tipica dello stupido del paese). Incoraggiati da qualche sigaretta, che faccio scivolare nelle loro mani alla chetichella, (per non farci vedere dagli altri), iniziano ad invitare energicamente il gruppo a rientrare in paese. Lo stupido afferra un nodoso bastone ed inizia a rifilare poderose bastonate sulla schiena dei più renitenti.”

Ci risulta che lungo il viaggio avete avuto problemi con alcuni mezzi!

Viaggio in India

“È accaduto quando ci siamo fermati a Dograbayazit, sostando nel piazzale di un Motel… La mattina dopo il gruppo sarebbe ripartito per la frontiera iraniana e noi avremmo cercato un meccanico per riparare il rimorchio. Non l’avessimo mai fatto! Sulla lamiera del timone già malconcia per le estreme sollecitazioni della strada, il meccanico …specializzato, come si leggeva sul cartello antistante l’officina, ha fatto una serie di buchi, non con un trapano, ma con un punteruolo, riducendolo una specie di formaggio svizzero!

Poi avrebbe dovuto mettere un rinforzo, ma non lo aveva e così ha rimediato con un lamierino, proveniente da un paracolpi di un’autovettura americana fuori uso.

Avrebbe a questo punto dovuto cercare di rinforzare la riparazione con una saldatura elettrica o ossiacetilenica, ma… la corrente sarebbe venuta solo di sera e l’ossigeno era esaurito! Come risultato di sette ore di lavoro, il nostro timone, dopo soli dieci chilometri, si è spezzato in due!”

Viaggio in India percorso

Com’era la situazione nelle città Iraniane?

“Una confusione indescrivibile regna nelle strade; tutti sembrano avere l’automobile, segno di un benessere sopraggiunto negli ultimi tempi con la triplicazione del prezzo del petrolio.
A questo benessere nato così all’improvviso, non ha fatto riscontro, ne aveva il tempo di farlo, il propagarsi delle altre conquiste del benessere, presupposti della vera civiltà. Anche le ditte che appaltavano la costruzione delle strade, erano degne di… apprendistato.

Non avevano infatti neanche l’idea dei pesi sostenibili; era comunissima la rottura del coperchio di un tombino, fatto in cemento. Ciò provocava voragini profonde da mezzo metro fino a due metri e la circolazione non era tale da consentire ad un guidatore di accorgersi del trabocchetto, se non quando ci fosse caduto dentro.
Immaginate il risultato: il veicolo, grosso o piccolo, resta lì sprofondato e quelli che lo seguono, debbono fare una gincana per superarlo; a 5 o 10 metri un’altra voragine è aperta o si può aprire da un momento all’altro, solo per il passaggio di un TIR ed altri fanno la medesima fine.”

Come avete fatto a mantenere le comunicazioni con l’Italia?

“Grazie alla posta dove trovavamo in fermo posta le notizie dei nostri cari e facevamo ripartire le nostre lettere. All’uscita della posta, assistiamo ad una scenetta, purtroppo comune anche nelle nostre strade, ma decisamente più violenta. Un pedone cammina sulle zebre ed un automobilista lo sfiora; vola qualche parola e poi i due si azzuffano, pestandosi con pugni e calci da professionisti.

La polizia, che è numerosa, interviene con altoparlanti portatili, ma non ottiene nulla. Per dividere i due, dopo qualche momento ci sono ben sette poliziotti! Ne buscano anche loro ed uno riceve un bel pugno sul naso. Poi caricano di peso l’automobilista sulla sua auto e tutto finisce lì.”

Viaggio in India

In seguito ad un guasto ad uno dei mezzi, avete dovuto fare una sosta forzata nei pressi di Bojnurd, so che in quella occasione ha potuto fare conoscenza con un giovane iraniano!

“Ho avuto modo di dialogare con un giovane che parlava abbastanza correttamente l’inglese e, per ingannare il tempo, sono venuto a sapere che pur essendo laureato in matematica e fisica, per precisa disposizione di legge (in Iran), doveva, prima di iniziare la professione ufficiale nel luogo da lui prescelto, fare il maestro elementare; insegnare a leggere e a scrivere ai bambini del paese. Questo sacrificio era ripagato con la stima e l’affetto dei paesani!”

Com’era la situazione al confine fra Iran e Afghanistan?

“In Afghanistan, la miseria era veramente nera: deserto, deserto e null’altro! Gli uffici erano veramente in uno stato deplorevole. Gli impiegati indossavano abiti che noi non metteremmo neanche per fare i lavori più umili. Nel mio autocaravan, il doganiere che effettua la visita all’interno, nota un pacco in plastica verde: è l’oscurante del parabrezza che contiene i resti di un prosciutto San Daniele che l’amico, ragionier Micotti, mi ha regalato prima di partire.

Il doganiere mi chiede cosa contenga.  Meat  rispondo. Apre ed innorridisce.

È noto che il meraviglioso prosciutto che viene preparato nel Friuli, conserva l’unghia tipica del maiale. Haspen, mormora. Non so quale sia il significato, ma il suo volto dice molto di più di ogni parola.

Ricordo che, per i musulmani, toccare un maiale è il più terribile dei peccati e cerco di spiegare che si tratta di carne di bue, ma lui ripetendo la parola haspen, haspen, scappa via schifato. Un dollaro risparmiato!”

Mi è stato detto che spesso in Afghanistan si incontravano posti di blocco!

“Ogni tanti chilometri: a volte 50, a volte 100, ed anche più spesso, una catena, un’asta o una fila di sassi, sbarra la strada. Una specie di soldato, che il più delle volte ha una divisa in pessime condizioni ed alle volte è addirittura scalzo, fa cenno di avvicinarsi ad un baracchino che si trova al margine della strada, ed in cui, raggomitolato come un riccio, si trova il doganiere che intasca afghani e distribuisce biglietti (come quelli dei nostri tram) su cui si deve scrivere il numero di targa della propria autovettura…

Il pagamento del pedaggio varia a seconda della lunghezza dell’automezzo: da 20 afghani per una piccola autovettura, a 50 afghani per un autobus. Quindi discussioni a non finire, perchè quell’autocaravan che è stata considerata piccola da un doganiere, viene considerata grandissima da un altro.”

In un paese come l’Afghanistan, povero e arretrato, come erano le strade?

“Le strade erano sempre buone, pur con saliscendi. Costruite, così ci dicono, dagli americani. Ci ha colpito, il lavoro, svolto tutto da solo, da un ometto piccolo e vecchio, con una barbetta caprina bianca; nel bel mezzo del deserto, con una macchinetta primitiva per tener in caldo l’asfalto, riparava, con una scopa intinta nel catrame e qualche sassolino che rintracciava sul bordo della strada, qualche buca incipiente nel manto stradale. Una persona sola, con mezzi inadatti per la manutenzione di migliaia di chilometri? Più oltre in un piccolo villaggio, vediamo quattro uomini affaticati per caricare un branco di pecore. Indovinate su che cosa? Su un autobus, così detto di linea, con tanto di sedili, usato evidentemente per il trasporto di animali e cristiani, anzi musulmani.”

Vi è capitato di assistere a qualche evento particolare?

“In Afghanistan una curiosa usanza richiama la nostra attenzione. La notte la temperatura è rigidissima ed al mattino non è raro vedere gli autisti che, dopo aver messo in moto l’autocarro o l’autovettura, si tolgono le scarpe e le infilano nel tubo di scappamento per farle scaldare. Sarà un caldo umido, ma il sistema deve funzionare se lo stratagemma è così diffuso!

In Pakistan vediamo passare un funerale: il defunto, ricoperto totalmente da una imbottita, viene portato a spalla su una portantina di canne. Tutto ballonzolante per l’elasticità del mezzo, se ne va verso il crematorio, accompagnato dai soli parenti maschi. Qui, come già in Afghanistan, è rarissimo vedere donne in giro; sono sempre relegate in casa.”

La meta del vostro viaggio era l’India vorrebbe anticiparci qualche sua impressione?

“Per l’India il discorso cambia totalmente. Ci si viene a trovare in un paese il cui stemma è l’onestà e la bontà. Povero, poverissimo paese, sovrappopolato, ma forse il più ricco del mondo!

Non grattacieli o automobili veloci e smisurate, non autostrade o contestazioni inutili e dannose, da parte di chi non si è ancora affacciato alla soglia della vita e critica quello che hanno fatto i propri genitori e progenitori, ma il rispetto vero degli altri:  l’alterum non ledere  dei romani;  il non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te , del Vangelo di Cristo!

È con queste premesse che si deve vedere e apprezzare questo immenso territorio e saper comprendere l’insistenza dei poveri che chiedono, ma giammai pretendono, e saper compatire la massa dei lebbrosi che con la loro lingua per noi incomprensibile, ma ostentando i loro arti ed i volti corrosi e deformati dal terribile male, si affollano intorno chiedendo l’elemosina, ma evitando di toccarci per non procurare un contagio. Poveri nostri disgraziati fratelli, che invece di maledire chi stia meglio di voi, vi limitate a chiedere aiuto!

Si possono leggere i libri più accreditati su questo argomento, ma solo dopo un viaggio dettagliato e prolungato in terra indiana e pakistana, a stretto contatto con questa povera gente, vedendo i loro tuguri costruiti con fango e sterco di vacca, non le capanne o le così dette case che costeggiano le strade internazionali, ma quelle dei piccoli villaggi fuori mano, che si dovevano raggiungere attraverso guadi e tratturi, dove mai avevano forse visto passare un automobile o ancor meno un autocaravan, che si può comprende quale grazia ci abbia fatto il buon Dio nel farci nascere qui, in Europa, nelle nostre abitazioni, in un paese povero di petrolio, ma ricco di acqua, di verde, di antiche vestige. Nasce un imperativo categorico, che non è quello filosofico, ma umano e cristiano, sull’obbligo che abbiamo di aiutare questa gente, abitanti un diverso pianeta, come lo definisce il Quilici, tanto diverso da noi, ma tanto più bisognoso e più buono.

Cercando di fare un parallelo tra la popolazione europea e quella indiana, veramente si può affermare che mentre noi europei abbiamo tra gli imperativi, purtroppo imperativi solo sulla carta, quello della religiosità che dovrebbe essere innata per atavismo; per gli indiani, la religione è vita, è aria che si respira, è cibo, quel cibo che nel senso nostro della parola, non hanno. Questa religiosità permea ogni loro azione: sono servizievoli, gentili, onesti.

Naturalmente non è tutto oro colato ed anche in India, almeno da quanto si apprende dai giornali, spesso avvengono tumulti, incendi, uccisioni anche per futilissimi motivi; in India, la maggioranza è costituita dagli Indù,
ma un dieci per cento degli abitanti è musulmano ed è noto che tale religione, talvolta, esalta il fanatismo con le conseguenze immaginabili. Anche gli Indù, praticano alcune ingiustizie, come la suddivisione in caste, anche se il fenomeno è in via di estinzione.

Credono nella trasmigrazione delle anime, per cui un individuo per nascita, acquista una specie di eredità per la vita che ha precedentemente vissuta e, se avrà bene agito, quando rinascerà, sarà incarnato in un essere superiore, o diversamente inferiore, fino a raggiungere il Nirvana, cioè il paradiso, dove la felicità sarà eterna. Questo ci spiega perchè, anche i miseri, gli intoccabili, che sono l’infima categoria degli indiani, aspirino alla perfezione, convinti intimamente che ogni loro buona azione verrà ricompensata.”

(2ª parte di: Viaggio in India 1975)

Continua la seconda parte del diario del dr. Alberto Barbieri, autore del testo e delle fotografie di questo coraggioso
viaggio, che lo portò fino in India assieme ad altre 31 persone. Utilizzarono: un Fiat 242 a nafta, tre Fiat 238 a benzina, sette Ford Transit a nafta, due Mercedes a nafta,
una Citroen Ds con Roulotte, tutti mezzi Arca

di Francesca Tania Tancredi

Quando avete attraversato il confine fra il Pakistan e l’India?

“Era il 29 novembre, quando alle ore 9.00 aprirono il cancello che divide le due nazioni. A Wagha si trovava l’unico passaggio per autovetture tra il  Pakistan e l’India : quindi l’unica via di accesso tra l’Europa e l’estremo Oriente. Esisteva un altro passaggio a sud, ma era riservato ai cammelli.”

Avete avuto problemi alla dogana?

“Sollevarono una sola obiezione ad uno dei partecipanti, che aveva sul passaporto i nomi e le fotografie dei figli, ma non era stato convalidato dall’Ambasciata Indiana a Roma che aveva rilasciato il visto di entrata per i genitori. È stato più che altro il puntiglio di un doganiere che continuava a ripetere come back, come se il tornare a Roma si risolvesse in una passeggiatina da nulla! Comunque anche questo ostacolo è stato superato, anche se la mia biro Eversharp è rimasta come … offa, nelle mani del doganiere intransigente. A Wagha avevamo l’appuntamento con la guida che avrebbe dovuto accompagnarci per tutto il giro indiano, ma il ritardo sul previsto ha sconvolto il piano iniziale. I telegrammi spediti da Kabul, a causa delle cattive relazioni indo-pakistane, non sono mai giunti a Bombay e la guida, dopo averci invano atteso per tre giorni è rientrata alla base.”

Come avete fatto a proseguire senza guida?

“Da Amritsar, prima città indiana che abbiamo incontrato, siamo riusciti finalmente a telefonare a Bombay, in pochi minuti e grazie alla cortesia del Console Generale d’Italia, Dr. Edmondo Anderlini, ci hanno assicurato che un ex italiano, divenuto cittadino indiano, il Sig. Carlo Marconi, ci avrebbe raggiunti in aereo. Aveva lasciato le sue occupazioni per esserci utile. Era il 30 novembre. Giungeva la guida. Era una persona attempata e simpatica, anche se, conoscendola meglio, finimmo per considerarla un po’ strana. Ci accompagnò, di pomeriggio, a visitare un monumento tipicamente indiano; era il primo nostro approccio con questa civiltà. È rimasto per tutti un ricordo indimenticabile. Non riesco ancora oggi a comprendere se sia così vivo nella memoria, perché è stato il primo incontro con l’India, oppure perché effettivamente è uno dei più suggestivi ed interessanti esempi di religiosità. Si tratta del  Golden Temple  o  Tempio d’oro . È una costruzione molto vasta, quadrangolare, tutta ricoperta di lamine d’oro sia all’esterno che all’interno. La costruzione centrale, il tempio vero e proprio, è circondato dall’acqua, una specie di laghetto, di altezza sufficiente perché una persona possa fare le abluzioni, senza affogare. Al centro vi è il tempio e perimetralmente una strada che conduce al tempio, in cui passeggiano i fedeli. Alla periferia vi è un porticato artistico che esternamente è rifinito a muraglioni e protegge il complesso. La pista centrale sarà approssimativamente lunga un km. Una passerella, a due corsie parallele, immette nell’interno. Una luce tenue invita alla meditazione ed alla preghiera; all’ingresso, un sacerdote ritira le offerte: miele, farina, denari e in estremo silenzio i fedeli si avviano verso un altro sacerdote che dà a tutti, sul palmo della mano, delle pallottoline; probabilmente costituite da farina, miele ed acqua, che relegiosamente vengono mangiate. A contribuire alla misticità del momento, un complesso strumentale, che non si vede e che ripete sempre i medesimi motivi. Da un’altra parte, un gruppo di ciechi, canta una nenia a ritmo di musica. È commovente! Il senso religioso, a qualunque culto appartenga, quando è così profondamente sentito, porta alla devozione ed alla meditazione. I fedeli ed anche i turisti, come noi, prima di entrare, debbono togliersi le scarpe e passare a piedi nudi una specie di ruscello freddissimo (nel nostro periodo e nel pomeriggio) ed iniziare a piedi scalzi la marcia di avvicinamento al tempio vero e proprio. I fedeli locali, i sik (in questa regione non vi sono ne indù, ne musulmani), fanno invece le dovute abluzioni.”

So che avete avuto la possibilità di partecipare ad una festa nuziale!

“In se stessa è stata quasi una delusione, perché, a parte i meravigliosi e multicolori costumi degli sposi e degli invitati, specie i sari delle donne, lo sposo è giunto a cavallo, sorretto dagli amici, e sembrava già ubriaco o drogato e altrettanto può dirsi della sposa; Al termine del vero e proprio servizio nuziale, distribuzione per tutti di polpettine e pasticcini tipici di questi luoghi, ma non è dato conoscere (ed è bene che sia così) con cosa siano stati confezionati. Infatti in questa regione, generalmente non bevono alcolici, non mangiano carne, perché per motivi religiosi, non possono uccidere alcun essere vivente. Hanno farina di colore giallastro, probabilmente un miscuglio di grano, orzo e mais, con cui confezionano quello che loro chiamano  nan , il pane. Impastano tale farina con l’acqua e poco sale, poi la lavorano con pezzi di legno (come da noi, in campagna, si fa la sfoglia, ma senza lievito), la stirano, la stendono come fosse una pizza alla napoletana e poi l’adagiano su una specie di cuscino rotondo e la sbattono sulla parte interna del forno. Qui resta per qualche minuto appiccicata alla parete. A tempo debito, prima che si stacchi e cada nel fuoco, la staccano e l’appendo al muro, su uncini, del tipo usato da noi nelle macellerie, in modo che il vapore possa trovare sfogo. Chi non dispone di uncini, getta invece quella specie di pizza per terra, su una lettiera di sassi della grandezza circa di una mandorla, lettiera su cui normalmente, a piedi nudi, passano i fornai. Naturalmente, quando consegnano la merce, grattano via con le mani i sassi che si sono appiccicati all’impasto. A parte la questione igienica, e ‘sembra che le varie iniezioni e vaccini cui ci siamo sottoposti prima della partenza abbiano fatto il loro dovere, questo pane è buono se mangiato ancora caldo, ma se si raffredda, diventa elastico come una gomma americana.”

Quale è stata la tappa successiva?

“Delhj. La città è suddivisa in New Delhj e Delhj propriamente detta. Abbiamo visitato un magazzino gestito dallo Stato a prezzi fissi e con oggetti tipici dell’artigianato indiano: tappeti, lavori in avorio, collane, pietre dure e altro. Siamo andati nel  Red Fort o Forte Rosso : una vera e propria cittadina nella città. Lì si rifugiavano i cittadini quando venivano attaccati dagli invasori confinanti. È una città completamente autonoma, con riserve d’acqua, appartamenti per il Gran Moghul, sale per le udienze reali, appartamenti per la regina (o maharani), per le concubine del re, etc. Lo stato di conservazione sia interno che esterno è notevole e denota la civiltà dei cittadini e dei visitatori. Abbiamo visitato la Moschea Jama Masjid; poi una torre alta ben 72 mt in stile indù-musulmano, denominata Qutb Minar; l’Hiren Pilar, una colonna in ferro, alta 7 mt, rimasta intatta, priva di ruggine, da oltre 1500 anni, senza verniciature ed altre protezioni; la tomba del Mahatma Gandhi, considerato a ragione il padre della nuova India. In ultimo, all’imbrunire, siamo passati alla visita di un crematorio ed abbiamo assistito al termine della cremazione di molti cadaveri; erano in arrivo, su traballanti barelle di bambù altre due salme, ma non è stato possibile provvedere al triste ufficio, perché il sole era tramontato.

Questi crematori sono dei locali veramente impressionanti: in ordine perfetto, alcuni rettangoli, delle dimensioni di un normale letto, segnano la zona dove viene elevata la pira; su questa viene deposto il cadavere, che viene accompagnato qui dai soli uomini, e sopra il corpo viene messa altra legna, ben secca. Il figlio maggiore della persona defunta, nel caso in cui siano benestanti e quindi abbiano possibilità economiche, versa del burro fuso sopra la legna e appicca il fuoco. La legna crepita e il suo crepitio si fonde con quello delle ossa, e specialmente del cranio che scoppia. Uno spettacolo orrendo che non si può dimenticare. Quando il rogo si spegne, i parenti raccolgono le ceneri e le gettano nel vicino fiume Yamuna. Tutto il rito si svolge nel massimo silenzio ed ancora una volta restiamo ammirati dalla serietà e dalla religiosità di questo popolo. Per dimenticare il macabro spettacolo, decidiamo di andare a fare shopping in città. Nella città vecchia capitiamo nella zona dei commestibili, non molto adatta, dopo quello che abbiamo veduto! Comunque, la vista di un macellaio, che tenendo il coltello tra l’alluce ed il secondo dito, taglia la carne che strofina sulla lama, tenendola con ambedue le mani, sembra una trovata da circo equestre, mentre è la norma per i macellai indiani. Mentre si pensa alla pulizia dei piedi che sono nudi, anche durante tutta la giornata, si finisce per passare sopra a questo a questo … dettaglio, quando si passa a pagare un filetto di bue 450 lire al kg: sei rupie e mezza!”

Vi è capitato di consumare una cena indiana al ristorante?

“Si. Ci siamo recati al Meti Mahal, un ristorante tipico e rinomato, nel quale è necessaria la prenotazione. Come primo piatto ci hanno servito un abbondante porzione di cipolle stufate; quindi un pollo piccolino, alla diavola, rosso di peperoncino ma gustosissimo. Ci hanno portato anche dell’insalata, ma essendoci stato precisato il sistema di innaffiamento, abbiamo evitato di mangiarla. Poi ci hanno servito dell’ottimo pesce alla griglia e, lasciandoci prendere dalla gola, abbiamo terminato con un fantastico gelato alla crema. Anche questo era stato sconsigliato, ma a nessuno è venuto il mal di pancia. Peccato che per bevanda si poteva avere solo della CocaCola o dell’acqua Bisleri. Il tutto per 23 rupie: circa 1600 lire a testa. Unico neo: il servizio. I camerieri, come i clienti, non avevano a disposizione le posate e quindi si mangiava con le mani. Avevamo terminato la nostra cena e ci attardavamo a chiacchierare. Osservavo i movimenti di un cameriere, che precedentemente aveva servito anche noi. Aveva una necessità fisiologica: doveva soffiarsi il naso. Interrompe il servizio, si soffia il naso con le dita, che si strofina sui pantaloni e poi imperterrito afferra un pollo e con le stesse dita lo depone nel piatto di un cliente! Meglio non pensarci e non immaginare quel che avviene in cucina, lontano da sguardi indiscreti!”

Prima di giungere a Jaipur, avete fatto una sosta ad Amber, cosa avete visitato?

“Il tempio della Dea Kaly, meravigliosa costruzione in marmo rosa, abbandonata tra le varie casupole che l’attorniano e la soffocano. Siamo saliti al Palazzo del Maharaja, stupendo esempio di architettura del XVII secolo. Questo si trova chiuso in un sistema di sicurezza a circa 150 mt sopra il livello stradale. Sono conservate benissimo, in apposite sale: armi, vestiario, la lettiga destinata alla regina, che per l’occasione aveva un carico di circa 30 kg di oro e gioielli vari. Per salire al palazzo molti del gruppo si sono serviti degli elefanti che fanno servizio di autobus: quattro persone e il guidatore.”

Una volta a Jaipur siete stati letteralmente accerchiati da una folla di bambini!

“Erano molti i poveretti che chiedevano la carità; moltissimi i lebbrosi che ostentavano le loro mutilazioni, evitando in ogni modo di toccarci. Un bambino di circa dieci anni, una bella creatura dai lineamenti regolari, completamente nudo, ostentava la sua menomazione: era stato completamente evirato. La nostra guida ci raccontava che alle volte sono gli stessi genitori a compiere queste mutilazioni, solo per ottenere la compassione e quindi l’elemosina dai passanti.”.

Cosa avete visitato a Jaipur?

“Il palazzo del Maharaja protetto da una duplice cerchia di mura. Era ancora in perfetto stato la sala delle armi (una quantità indescrivibile, sia da taglio che a fuoco) e quella dei vestiti: sia maschili che femminili; tra i primi, avevamo notato un vestito che doveva essere stato indossato da un uomo alto più di due mt e pesante oltre i due quintali! Oltre la sala dei manoscritti ed altre sale minori (non per questo meno interessanti), abbiamo visitato l’Osservatorio Astronomico, costruito da Jai Singh II. Ci sono tutte le apparecchiature in pietra per seguire il corso delle stelle e del sole, con un orologio solare, capace di dare l’ora esatta, con uno scarto massimo di un paio di secondi.”

Vuole raccontarci qualche curiosità?

“Ci è accaduto un episodio che ci ha frastornato: in mezzo alla miseria generale, osserviamo alcune donne meravigliose in sari e con ampia gonna di seta a striscioni, come pure uomini elegantissimi, vestiti all’europea e con sgargianti turbanti. Veniamo avvicinati da una donna alta, bellissima, con un libro inglese sotto il braccio. Parla perfettamente l’inglese e farebbe girare la testa anche ad un … monaco! Notiamo che le persone che ci attorniano sorridono, anzi sogghignano. A Jaipur non si può sostare neanche un momento, senza essere attorniati da una cinquantina di persone che osservano, scrutano, anche senza averne l’aria. Ma cosa hanno questa volta da comportarsi in questo modo? Sapremo più tardi il motivo, da un uomo. Quella bellissima dama non era altri che un uomo travestito! Eppure è tanti anni che siamo su questa terra e non portiamo la sveglia al collo!”

Prima di raggiungere Agra avete visitato Fatehpur Sikri: la città morta?

“Fa veramente impressione trovare tanti bei monumenti costruiti nel 1569 dall’imperatore Moghul Akbar, che non avendo eredi, aveva dato retta ad un indovino che gli aveva promesso un figlio dopo che avesse terminato la città. La città, completa di ogni accessorio, era stata abbandonata dopo trentun anni perché le sorgenti che alimentavano le scorte di acqua si erano esaurite. Il 7 dicembre siamo arrivati ad Agra. Abbiamo visitato il Taj Mahal, splendido monumento in marmo bianco, che ha una triste storia. Fù eretto dall’imperatore Shah Giahan per onorare la sua sposa, morta di parto, nel 1630. La costruzione fù terminata dopo soli 22 anni, sembra con la collaborazione di un architetto italiano.”

Poi avete proseguito per Gwalier?

“A Gwalier, ci siamo approvvigionati dell’unica bevanda alcolica, ottima ed a buon mercato, che veniva prodotta in India dalla distillazione della canna da zucchero, il Rhum.
Con 30 rupia circa, e quindi con circa 2.000 lire, se ne poteva comprare una bottiglia della marca Vecchio Orso. Era una conquista poiché fino a quel giorno siamo sempre stati costretti a mezzogiorno, nella mezz’ora precisa consentita, a consumare un panino col formaggio e due uova al piatto, annaffiate da un sorso della preziosa acqua Fabia che ci eravamo portati dall’Italia. Mentre alla sera non abbiamo mai saputo resistere ad un piatto di pastasciutta e ad uno stufato di capretto o di manzo o di pecora, che cuocevamo nella pentola a pressione durante la marcia. A questo piatto di carne seguiva una banana o un’arancia e, da quel giorno, almeno un quarto di bicchiere di rum a testa.”

È vero che siete stati ospiti di un dispensario tubercolare?

“Si, un dispensario per soli bambini, diretto da una buona Signora canadese di religione protestante che insieme ad un’altra Signorina inglese si sono accollate tutto il peso di questa benefica istituzione. Dopo cena, che ognuno ha consumato nel proprio caravan, queste due meravigliose creature, che si sono votate alla carità, quella vera, quella lontana da ogni riconoscimento umano, ci hanno invitato a prendere il tea con i biscotti. Pochi sono intervenuti, i più hanno avuto paura del contagio e mi hanno criticato per aver aderito alla proposta della guida, a sostare nel parco dell’ospedale. Al mattino, prima di partire, abbiamo fatto una colletta in dollari e l’abbiamo consegnata alla direttrice, con la promessa (che sono riuscito a mantenere con il solito aiuto dell’amico Dr. Li Destri di Catania e dell’Ambasciata Italiana di Delhj) che dall’Italia le avremmo spedito dell’ambromicina, farmaco che in pochi giorni sgomina il terribile male, farmaco all’ora sconosciuto in India.”

Che impressione avete avuto di Bombay?

“Una bella città moderna, in cui zone che potrebbero essere europee, si alternano con quartieri vecchi. Il lungo mare era tanto bello da poterlo definire il cuore della città. Una fila di cabine, allora non occupate, segnalava che nella bella stagione, a pochi metri dalle case, ci si poteva bagnare in mare. Segno che l’inquinamento non esisteva? Ne dubito, perché le fogne, parte coperte, ma parte scoperte, non potevano venir smaltite se non dal mare.”

Come sono le donne indiane?

“Generalmente sono belle e si muovono in modo veramente regale. Questo si riscontra in tutti i ceti sociali, anche i più miseri, anche nelle popolane che si recano a compiere i lavori più umili, come la riparazione delle strade o la costruzione di quelle rare case che vengono fabbricate. Vestite del sari di cotone, si caricano in testa delle grandi ceste in cui trasportano sassi ed alle volte anche catrame bollente. Tale lavoro viene svolto così anche quando sulla schiena hanno agganciato l’ultimo nato. Una fatica improba, sopportata con semplicità e signorilità, sembra strano, ma non trovo un termine più rispondente.”

Quali monumenti avete visitato?

“I giardini pubblici sulla collina di Jan Paj, di fronte alla zona rivierasca, che è paragonabile alle più rinomate spiagge degli Stati Uniti d’America. Di notte le luci del lungo mare, si riflettevano nell’acqua, un effetto meraviglioso. La vicinanza della  Torre del Silenzio  menomava la bellezza gioiosa del giardino.”

Quali monumenti avete visitato?

“I giardini pubblici sulla collina di Jan Paj, di fronte alla zona rivierasca, che è paragonabile alle più rinomate spiagge degli Stati Uniti d’America. Di notte le luci del lungo mare, si riflettevano nell’acqua, un effetto meraviglioso. La vicinanza della  Torre del Silenzio  menomava la bellezza gioiosa del giardino.”

Cos’è questo monumento?

“Un tronco di piramide rovesciata con la base verso il cielo, per fortuna circondata da ubertosi e grandi alberi. Sulla parete interna di tale torre trovano posto tanti loculi in cui vengono deposti, dopo la morte certa, i corpi completamente nudi dei defunti della casta dei  parshi.  Il loro corpo, per religione, non può infatti essere cremato, come quello degli indù, ma deve sparire nel nulla; ecco perché diviene il pasto dei corvi e degli avvoltoi che, con larghe volute occupano sempre il cielo sovrastante il macabro monumento. Per facilitare il lavoro di questi … becchini, e poiché nessuno può uscire vivo dalla torre, i sacerdoti di tale setta, sottopongono il corpo del morto ad un trattamento orripilante: prima di esporlo, viene spremuto  con un’adatta pressa che produce lo schiacciamento del cranio e del torace, in modo da essere certi della morte dell’uomo e per facilitare l’opera di distruzione. Benché la torre sia prossima alle abitazioni e ai giardini pubblici, intorno non si sente nessun cattivo odore, probabilmente proprio per la sua forma a piramide rovesciata.

Avete visitato quartieri caratteristici?

“Si, quello delle gabbie. Donne di tutte le età, anche giovanissime e alle volte bambine di dieci, undici anni, si offrivano, stando dietro ad inferiate del tipo usato nelle nostre prigioni. Una lampadina rossa, accesa o spenta, indicava se l’ospite era o meno disponibile. Uno spettacolo veramente squallido. Il nostro rappresentante diplomatico ci ha segnalato al riguardo un episodio veramente terribile, avvenuto durante la sua permanenza a Bombay. Era stato informato che una bambina piccola, e che dalle caratteristiche somatiche non era certo un’indiana, era stata abbandonata nelle vicinanze di questa strada, da una straniera bionda dagli occhi celesti. Ben sapendo quale sorte sarebbe toccata a questa innocente creatura, desiderava farla rimpatriare negli stati scandinavi, dove sembrava fosse nata la madre. Si recò una prima volta a constatare la veridicità di quanto gli era stato riferito, ma quando si recò una seconda volta sul luogo, accompagnato dalla polizia, per ottenere la consegna della bambina, questa inspiegabilmente era sparita ed in nessun modo è stato possibile rintracciarla.”

Come avete trascorso la Vigilia di Natale?

“L’abbiamo passata al mattino sulla spiaggia a fare il bagno, mentre nel pomeriggio siamo rientrati al camping per preparare il cenone all’italiana, a mezzanotte abbiamo concluso con la S. Messa. È venuto a celebrarla un sacerdote italiano dell’ordine dei Paolini di Torino. Siamo riusciti a mettere insieme i cibi classici che ci ricordavano l’Italia lontana, ma per motivi di spazio abbiamo consumato la cena nelle autocaravan. Abbiamo terminato con panettone, torrone e champagne francese, che qualcuno, previdente e fortunato era riuscito a non farsi sgraffignare dalle numerose visite doganali. Poi, con il permesso della direzione del camping, abbiamo fatto un gran quadrato con tutti gli automezzi, facendo convergere i fari sull’altare improvvisato al centro; grande commozione durante la Messa e certamente ognuno di noi avrà ringraziato il Buon Dio per averci protetti fino a metà viaggio ed avrà chiesto di continuare a proteggerci fino al rientro in patria.”

E il Natale?

“Il giorno di Natale abbiamo chiuso in bellezza: nel primo pomeriggio abbiamo accompagnato le rispettive consorti in un favoloso albergo del centro, in riva al mare, dove esperti parrucchieri le hanno acconciate per la  serata.  Al National Center of the Performing Arts, un teatro piccolo e raccolto, tutto riservato a noi (infatti il Console Dr. Anderlini aveva organizzato una festa in nostro onore), la famosa danzatrice indiana: Kanak Relè (dotata anche di due lauree in materie scientifiche), ci ha dato una prova, da sola e con le sue allieve, delle danze tipiche indiane. Era accompagnata da un’orchestrina strana, composta da: una specie di fisarmonica, posta in terra e manovrata con la mano sinistra, mentre la destra scorreva sui tasti; a questo strumento se ne accompagnava uno a fiato una specie di zampogna ed una lyra che sembrava uscita da un museo romano. I suonatori, tutti piuttosto vecchiotti, due uomini ed una donna, erano accoccolati per terra, sul lato sinistro del palcoscenico, mentre la danzatrice, al centro, si esibiva a piedi nudi, in danze che facevano trasparire i più diversi sentimenti: amore, speranza, disperazione, odio, preghiera.

Ai movimenti del corpo, si accompagnavano l’espressione del viso e degli occhi, ma sopratutto l’atteggiamento delle mani, che si contorcevano in continuazione. In India con le mani si può anche parlare ed ogni posizione ha un significato ben preciso. Al termine dello spettacolo, che abbiamo molto gradito, ci siamo recati al meraviglioso albergo Taj Mahal. È in riva al mare, adiacente alla Porta dell’India. È enorme: basti pensare che oltre ai negozi di tutti i tipi, alla banca ospitata al pian terreno, ci sono ben sette saloni per banchetti. In uno di questi ci è stato servito il pranzo. Fastosi lampadari di boemia, moquette alta cinque centimetri, condizionamento d’aria, camerieri e maitre d’hotel in frak. Gli aperitivi ed il vino, i liquori e lo champagne, ci sono stati offerti dal Console italiano: per noi che eravamo abituati a pranzi frugali, annaffiati solo con acqua Fabia, quale gioia poter iniziare con Campari ghiacciato e poter a volontà trangugiare vino Soave e Valpolicella! Un vero regalo natalizio! Ecco il menù: cocktail di scampi, tacchino stufato con salsa, funghi trifolati e vegetali, meringhe alla panna e gelato alla crema. Caffè. Il tutto per 4.200 lire a testa. Purtroppo ben sette persone, che erano state da noi invitate, non hanno potuto partecipare ed ho dovuto pagare anche per loro. Usi e costumi locali!”

Dove avete trascorso l’ultimo dell’anno?

“Abbiamo deciso di passare la serata al Mothi Mahal Restaurant in Faiz Bazar (New Delhi). Per il cenone di fine anno abbiamo dovuto fare la prenotazione e pagare anticipatamente ben 32 rupie a testa, cioè circa 2.300 lire italiane! Il solito pesce, il solito pollo rosso di peperoncino, il solito servizio con le mani sporche e quel che è peggio, data la ressa che costringeva a regolare l’ingresso con nerboruti poliziotti, una CocaCola calda imbevibile. Gli strilli di quattro cagnette che si contorcevano intorno ad una orchestrina non ci hanno convinto ad attendere nel luogo le mezzanotte, per cui abbiamo deciso di rientrare al camping. Gli amici Giuglietti hanno stappato una gelata bottiglia di autentico champagne, che abbiamo accompagnato con un mezzo bicchiere di rhum, Vecchio Orso; il Capodanno è cominciato sotto i migliori auspici! Contrariamente al solito abbiamo procastinato la partenza al pomeriggio ed alle 14.30 abbiamo preso la via di Wagha, unico valico doganale tra India ed Europa.”

(3ª parte di: Viaggio in India 1975)

Con questo articolo si conclude il viaggio in oriente tratto dal diario di bordo del dr. Alberto Barbieri. Il fondatore dell’Arca autore del testo e delle fotografie ventisette anni fa insieme ad altre trentuno persone realizzò un sogno per quell’epoca. Raggiungere l’India in camper

di Francesca Tania Tancredi

Per tornare in Italia siete nuovamente passati per Lahore?

“Si, l’abbiamo ben visitata e, stanchi, per tornare in albergo, ci siamo serviti di un taxi sui generis: un carrettino a cavallo, sul quale uno dei passeggeri siede a cassetta vicino al cocchiere, mentre gli altri due bilanciano il peso anteriore, sedendosi su una panchina trasversale posteriore. È come se ci si trovasse su un’altalena che risente delle impennate del cavallo.”

So che avete avuto problemi con un Fiat 238!

“Si, il proprietario si era dimenticato che oltre alla benzina a buon mercato, i motori a scoppio hanno bisogno anche dell’olio, incurante dell’accensione della spia rossa, ha incollato le fasce dei pistoni. Il motore zoppicava e fumava, proprio mentre stavamo attraversando una delle zone più fertili, tra i fiumi Ravi e Chenab, affluenti dell’Indo. Abbiamo sostato nella cittadina, dove, dietro un compenso di sessantamila lire, hanno provveduto a fare delle prolunghe alle candele ed alla loro sostituzione. Ci avevano assicurato che così facendo il motore avrebbe percorso almeno cinquecento chilometri, senza bisogno di pulizia. Siamo ripartiti e la strada è diventata orribile.

Era asfaltata, ma il cedimento del sottofondo, molto argilloso, produceva smottamenti e buche profondissime nel manto stradale. Per lunghi tratti si avanzava in prima cercando dove era possibile di non battere il sottocoppa dell’olio sulla strada. Abbiamo incrociato e siamo stati superati da lunghe file di autocarri che, per il grosso diametro delle ruote si trovavano avvantaggiati rispetto a noi e così potevano facilmente superare le anomalie della strada. A notte fonda siamo arrivati presso un posto di blocco della polizia: una tenda da campo in cui si trovavano quattro soldati, un tavolino, una sedia e una lampada a petrolio.

Ci hanno fermati per un controllo, poi ci hanno dato il via libera. Ho approfittato per chiedere informazioni su un possibile posto dove passare la notte. Sono stati molto gentili, ci hanno offerto ospitalità nello spiazzo retrostante il posto di blocco. Il giorno seguente, siamo partiti all’alba. Era buio e facevo andare avanti il malandato Fiat 238, che a stento sono riuscito a far ripartire, allo scopo di non obbligarlo a mantenere la velocità di colonna che avrebbe potuto a volte essere troppo forte e a volte insufficiente, per un motore zoppicante. Purtroppo, questa precauzione si è trasformata in una trappola, perché la foga del conducente, preoccupato solo di non far spegnere il motore, solo dopo pochi chilometri, gli ha fatto centrare con la ruota anteriore sinistra, non una buca, ma una vera voragine, scardinando tutto l’avantreno. Così lo abbiamo trovato con una ruota a penzoloni nel bel mezzo della strada. Eravamo vicini a Uch. Abbiamo cercato di riparare il danno, pensando che si trattasse di una rottura al semiasse e dello sgabbiamento del giunto omocinetico (che avevamo come pezzi di ricambio) ma purtroppo era il semitelaio che aveva ceduto per il tremendo urto.

Dopo varie consultazioni, onde evitare che una riparazione mal fatta potesse pregiudicare l’efficienza futura del mezzo, abbiamo deciso di caricarlo su un autocarro e trasferirlo a Carachi, dove alla Fiat sarebbe stato possibile o sostituire tutto il semitelaio o imbarcarlo direttamente per l’Italia. Inutile riferire sulle peripezie di questo trasferimento e sulle difficoltà di caricare un autocaravan su un autocarro, senza l’aiuto di un piano caricatore e con pochi millimetri disponibili per lato! Per la cortesia del buon Dr. Li Destri, che è venuto a Carachi a riprendere me, i due coniugi che viaggiavano sul 238 sinistrato e le loro indispensabili masserizie, siamo rientrati a Sukkur con il camper Fiat 242. Lì ho trovato un’altra novità: un equipaggio; che aveva precisi doveri di lavoro, era ripartito e sarebbe rientrato da solo. Ero molto in pensiero, perché dopo pochi chilometri, sarebbe passato per il Belucistan che, oltre ad essere una zona turbolenta, era quasi priva di strade per circa seicento chilometri. Come se la sarebbe cavata? Aveva con sè tre bambini, uno di appena quattro anni!

Mi diceva che eravate indecisi se fare ritorno attraversando l’Afghanistan o se passare per il sud attraverso l’Iran!

“Ci trovavamo a Quetta, un bivio importante per due diramazioni: una per il nord, che entra in Afghanistan e va ad allacciarsi a Kandahar, città che già conoscevamo perché attraversata nel viaggio di andata; e l’altra per il sud. Una insidiata dalle altitudini e dal gelo; l’altra dalla mancanza di strade vere e proprie e resa insicura dal periodo contingente, poiché proprio nei giorni del nostro passaggio era stato destituito dal Governo Centrale di Islamabad, Il rappresentante del Governo, niente meno che per combutta con i ribelli! Avremmo potuto avere qualche sgradita sorpresa o essere coinvolti nostro malgrado in qualche sparatoria tra militari e ribelli. Il freddo era un nemico sicuro che metteva paura a tutti e quindi avevamo optato per il sud.

Ci raggiunse però, mentre eravamo a Quetta, un colonnello della polizia, capo del servizio antidroga, che avevamo conosciuto a Sukkur, avevamo fatto amicizia e ci aveva regalato anche una bottiglia di liquore locale che avevamo religiosamente diviso un giorno che eravamo particolarmente giù di tono per la disavventura occorsa al nostro amico di Firenze e per l’avvenuta partenza dell’equipaggio di Ambrosi. Il colonnello, benché maomettano, aveva un debole per l’alcool e ogni sera si presentava con i segni inequivocabili prediletti da Bacco e maledetti da Allah! Questo colonnello era venuto appositamente perché abbandonassimo l’idea di passare per il sud, asserendo che da sue dirette informazioni, le strade che avevamo fino ad allora percorso potevano considerarsi dei tappeti, se confrontate con quelle che ci aspettavano.

Dopo aver percorso altri centonovanta chilometri siamo arrivati a Dalbandin, un paesino in pianura, costituito da baracchette in fango e sterco di vacca, tutte del colore della terracotta, con il tetto piatto su cui, non ci siamo spiegati il perché, viene seminata l’erbetta. Le abitazioni sono protette nel loro complesso da un muro, dell’altezza di circa due metri, costruito con lo stesso materiale. Poco distante un antico Rest House, con un picchetto di polizia. Abbiamo chiesto ed ottenuto subito dal comandante, che si sentiva evidentemente assai superiore alla truppa, anche perché conosceva quattro parole di inglese, ospitalità ed acqua.

Abbiamo pagato quanto richiesto e ci ha fatto capire che il percorso da Dalbandin a Nok Kundi, che ci attendeva per l’indomani, per circa centosessanta chilometri fino al simbolico confine con l’Iran, non era sicuro, si svolgeva su piste ed i ribelli si erano organizzati in quella zona, assalendo le guarnigioni governative. Aveva avuto ordine dal suo comando di scortarci per tutto il percorso. A Carachi, il Console Dr. Archidiacono, ci aveva manifestato la sua preoccupazione per il nostro viaggio nella parte estrema del Belucistan. Per nostra e sua tranquillità, aveva trasmesso un telegramma al governo di Islamabad, preavvisando il nostro passaggio verso la metà di gennaio e richiedendo le necessarie misure cautelative.

Analogo telegramma aveva trasmesso al Governo di Teheran, preavvisando il nostro arrivo a Zahedan, provenienti dalle piste,del Belucistan. Io naturalmente mi ero guardato bene dal comunicare ai miei amici di viaggio quanto mi aveva detto il comandante, onde evitare nella nottata, inutili ore di insonnia ed agitazioni. I telegrammi avevano ottenuto l’effetto desiderato e il 13 gennaio abbiamo dovuto rimandare la partenza alle ore 7.00 e su ogni mezzo, vicino al conducente hanno preso posto uno o due uomini, armati di mitra di produzione inglese, equipaggiati del loro enorme zaino comprendente, oltre gli indumenti personali, alcune scatolette di viveri ed un enorme sacco-letto imbottito in cotone.

Gli uomini erano così autosufficienti e pronti a sostare anche per qualche giorno fuori del distaccamento. Meglio non descrivere troppo a fondo l’odore degli uomini e dei loro zaini. Non conoscevano altra lingua che il loro dialetto, era impossibile ogni spiegazione o informazione. Erano in genere molto disciplinati e rispettosi, anche se qualcuno masticava in continuazione qualche foglia verde in cui aveva versato della polverina bianca, forse della droga. Poi per tale masticazione, avevano bisogno di liberarsi della saliva ed espettoravano liberamente nella cabina. Io sono stato fortunato, perché essendo capo-colonna, il comandante mi aveva certamente assegnato il più civile, che non cianciava porcherie!”

Così avete proseguito fino al confine con una scorta?

“A Nok Koundi c’era una specie di dogana tra Pakistan ed Iran, dico una specie, perché lì si svolgevano le pratiche doganali e si timbravano i camets de passage, ma il confine vero e proprio si trovava a circa centotrenta chilometri e si doveva attraversare questa zona considerata terra di nessuno. Nel frattempo si era fatta sera e poiché ci avevano impedito di sostare presso la dogana ci accomiatammo dal drappello dei sedici uomini che ci avevano accompagnato e il cui comandante aveva respinto ogni mancia. Ci presentarono le armi, ci stringemmo la mano, fotografammo la scena e li ringraziammo di vero cuore.

Ripartimmo per la terra di nessuno. Prima che diventasse buio vidi in pieno deserto una zona che faceva al caso nostro e dopo essermi fermato ed aver illustrato a tutti gli autisti il modo per ottenere il cerchio all’indiana, riuscii a far posizionare i mezzi in modo da far toccare tutti i paraurti anteriori con quelli posteriori e ci fermammo. Mentre le donne si dedicavano alla preparazione della cena, i più volenterosi si davano da fare per racimolare un po’ di spine rinsecchite che vegetano nel deserto. Con un colpo secco dato con la punta della scarpa, si ottiene la rottura netta dello stelo spinoso. Ammucchiammo le spine al centro del nostro cerchio. Dopo la cena facemmo il fuoco alimentandolo con qualche barattolo di nafta.

Era uno spettacolo suggestivo, anche se qualcuno non nascondeva il proprio disagio per esserci accampati così lontani da ogni essere vivente. Cantavamo allegramente, forse anche per darci coraggio e purtroppo nessuno disponeva di qualche liquore che sarebbe servito a tener alto il morale ed anche il fisico che stava soffrendo il freddo per il rapido abbassarsi della temperatura. Uno dei nostri meccanici, l’ex campione italiano di nuoto Aldo Fioravanti, come tutte le sere stava facendo la doccia fredda. Si era portato fuori del cerchio degli automezzi ed in costume adamitico, con un secchio d’acqua, compiva l’abluzione di rito prima di coricarsi. Ad un certo punto mi chiama con una voce strana, eccitata. Scavalco i paraurti, giacché è impossibile il ben che minimo passaggio tra un mezzo e l’altro e mi dice di scorgere nel buio numerose persone che si avvicinano per accerchiarci. Debbo abituare la vista al buio assoluto per riuscire a rendermi conto che ciò che aveva visto rispondeva a verità. Fortunatamente non ho dato l’allarme, che non sarebbe servito a nulla, essendo noi tutti disarmati, e nel buio senza luna nella piattezza del panorama riesco a scorgere la sagoma di due grossi autocarri. L’incubo dura poco: due uomini si stanno indirizzando verso di noi e si avvicinano rapidamente, mentre io e Fioravanti continuiamo a parlare forte in italiano per farci sentire e i nostri amici, ignari di quanto sta accadendo continuano a cantare, guidati dalle voci argentine dei coniugi Carrara di Firenze. I due, un capitano e un tenente dell’esercito regolare pakistano, sono in perlustrazione ed accendendo una lampada la puntano su di noi. Il capitano parla perfettamente l’inglese e ci spieghiamo in due parole, convincendolo che non siamo ribelli.

Dà ordine con parole secche ed incomprensibili ai propri uomini che avevano quasi completato l’accerchiamento di ritornare agli automezzi e ci assicura che non corriamo alcun pericolo, perché la loro pattuglia ed altre ancora, saranno nella zona per tutta la notte. Silenziosi, come sono venuti se ne vanno. Solo da queste righe i nostri amici verranno a conoscenza dell’accaduto, che ho volutamente taciuto per evitare preoccupazioni future che non avrebbero potuto giovare in alcun modo; quali attimi tremendi abbiamo passato! Abbiamo proseguito verso il confine iraniano. Alla pista era subentrata una specie di strada. L’automezzo sbandava in continuazione e si cercava di regolarne la direzione sopratutto con l’accelerazione, si marciava in prima e in seconda. Per percorrere ottanta chilometri impiegammo cinque ore! Ad un certo punto avevamo ritrovato l’asfalto. Evviva! L’equipaggio che ci aveva preceduti aveva lasciato su un palo un messaggio di saluto. La gioia durò poco e dopo qualche chilometro riprendemmo sulla pista, però migliorata. In lontananza si scorgeva una casa, ci stavamo avvicinando sicuramente a qualche villaggio e, come un miraggio, vicino alla casa che doveva essere stata in passato un forte o un caravanserraglio, notammo una roulotte. Era da Delhj che non incontravamo alcun mezzo del genere! Era una roulotte Eccles, targata GB. Una scritta postuma e ben grossa diceva: from GB to India, ma la previsione non si era avverata. Due fogli di carta scritti in inglese, appiccicati con carta gommata, uno sul vetro anteriore e uno su quello posteriore, dicevano: si prega di non entrare, stiamo provvedendo alla riparazione. Infatti la roulotte, che doveva essere nuova, aveva perso la ruota destra con tutta la sospensione e ciò dopo soli cinquanta chilometri di pista. I locali non conoscevano l’inglese e non hanno potuto rispettare la preghiera dei proprietari. Hanno forzato la porta e sono entrati asportando tutto quanto era asportabile: materassi, lavello, secchio igienico, specchi. Era rimasto solo un bidoncino di quel liquido azzurro a completamento dei secchi igienici.”

Una volta in territorio iraniano avete avuto problemi?

“Al bivio di Ormak siamo stati fermati da un drappello di polizia che ci ha chiesto i documenti. Volevano assicurarsi che eravamo proprio la colonna preavvisata dal Console Italiano di Carachi. Hanno fatto scendere a pochi metri da noi un elicottero che da qualche chilometro volteggiava sulla nostra colonna. Siamo stati investiti da una pioggia di sassi e di sabbia, sollevata dalla rotazione delle pale e quando l’elicottero è ripartito, aumentando l’intensità della sassaiola abbiamo pensato con rammarico che, come scotto per la sicurezza, sulla carrozzeria sarebbero rimasti per sempre i segni. Un aereo militare si è poi aggiunto all’elicottero ed ambedue ci hanno accompagnato sorvolandoci a bassa quota.”

Considerando le strade in pessime condizioni, avete avuto qualche ripensamento per la vostra scelta?

“Direi di no visto che da un conducente che masticava l’inglese abbiamo saputo che la televisione aveva trasmesso lo spettacolo di centinaia di automezzi bloccati per dieci giorni sulla strada del nord. Fortuna che avevamo scelto il sud! Ci ha riferito che c’erano tre metri di neve e temperatura -32°.”

Avete avuto difficoltà alla frontiera fra Iran ed Iraq?

“Ci siamo trovati di fronte ad un cancello in ferro, simile a quello di una villa, chiuso con una catena e un lucchettone; nessuna indicazione. Pensavo di aver sbagliato strada e feci il giro della piazza, naturalmente seguito dagli amici che non ci si raccapezzavano neanche loro. Seguendo una piccola freccia che segnalava Bagdad, ci ritrovammo davanti al cancello. Era quella l’unica via invernale per l’Iraq. Durante la buona stagione ne esisteva anche un’altra, verso il sud da prendere dopo Schiraz ma attraversava una zona paludosa che nel periodo della stagione cattiva si trasformava in un immenso stagno, invalicabile anche dagli automezzi a trazione integrale. Dormimmo a pochi metri dal confine e ci dissero che gli uffici doganali sarebbero stati aperti alle 8.00. A quell’ora eravamo tutti pronti con carnets e passaporti in mano.

Eravamo i primi e avremmo dovuto sbrigarci subito. Illusione: dolce chimera! Il lucchetto del cancello restò chiuso e solo alle 8.30 incominciarono a vedersi le prime persone, quelle che non avevano alcuna importanza. Attendere l’arrivo del capo, ci rispondevano; questa era la parola d’ordine generale che sgonfiava tutti i nostri entusiasmi ed anche la camera d’aria di un Ford! Riuscimmo a riparare il danno mentre attendevamo l’auspicata apertura. Alle 9.30, finalmente ci fecero entrare, non con gli automezzi, ma a piedi. Mancava ancora il capo e nessuno si poteva assumere la responsabilità di fare qualunque cosa. Infine giunse anche lui, un tenente, su una fiammante Mercedes e incominciarono gli adempimenti. Solo alle ore 14.00, potemmo passare attraverso un altro cancello, simile a quello di entrata, che ci immise in territorio iracheno.”

Siete passati per Bagdad?

“Si, ci siamo trovati in un larghissimo viale alberato dove le auto sfrecciavano veloci. Ci siamo fermati con l’intenzione di farci guidare al camping da un taxi, ma l’autista non capiva una parola d’inglese ne di francese.
Lo stesso risultato ottenemmo col secondo e terzo mezzo pubblico che riuscimmo a fermare. Mentre cercavamo di farci capire si era fermata una macchina della polizia. Molto gentilmente un tenente che parlava francese, spiegò all’autista cosa stavamo cercando e la via da seguire. Dietro front e circa 15 chilometri di strade affollatissime, tumultuose ma con circolazione ordinata. In periferia trovammo il camping e l’autista pretese il corrispettivo di diecimila lire italiane per averci fatto da guida. Stavamo rientrando su valori europei o stavano approfittando del fatto che siamo europei? Era questa la verità che scoprimmo il giorno seguente. La città è a cavallo dell’immenso Tigri, che la taglia letteralmente in due. Il camping è situato a nord est, in fondo al rettilinio dell’Anny Canal, quasi sulle rive del fiume, in uno stupendo palmizio. È senz’altro il più bel campeggio che abbiamo trovato nel nostro viaggio. Il visto che avevamo ottenuto a Bombay era per tre giorni e sostammo un giorno e mezzo a Bagdad. Passammo a piedi per la Jummhurry Street e la Sa’Adun; le due vie centrali, dove si possono ammirare le uniche cose belle che ci sono nella capitale: la Moschea d’oro, che si può ammirare solo dall’esterno, perché è vietato severamente l’ingresso ai non musulmani, ed un grande arco in cemento armato di forma semi-ovale dedicato al Milite Ignoto.”

Avete proseguito per Damasco?

“Si, una città in parte antica e in parte in via di sviluppo: sensi unici, semafori, molta cortesia e inneggiamento al partito comunista con manifesti murali; anche in Iraq avevamo osservato la medesima cosa. Riuscimmo a sostare nella piazza principale, assaliti subito dal primo posteggiatore abusivo che pretese una tangente per la sosta. Era il più bel segno che ci stavamo avvicinando alla nostra Roma. Chissà se i posteggiatori siriani sono una ramificazione dei nostri o se i nostri sono una esportazione della Siria! Al termine della giornata, riesco ad andare a visitare la Moschea Vecchia, dove si dice siano conservate le reliquie di San Paolo, venerate anche dai musulmani e vedere la porta romana dalla quale si dice che San Paolo fuggisse, evadendo dal carcere racchiuso in una cesta, prima che riuscissero a riprenderlo e ad ucciderlo. La città così affermano è vecchia di quattromila anni e sarebbe la più vecchia del mondo.”

Ad Aleppo avete sostato in un camping?

“Si, la sosta a questo campeggio, unico nella città, è sconsigliabile sotto ogni punto di vista ed è stato un vero castigo di Dio. Caro, inefficiente, posto proprio davanti ad un posto di blocco notturno della polizia, così che di notte tutti gli autocarri fermati, ripartendo, con i loro scappamenti inesistenti; svegliavano tutti i dormenti. Dulcis in fundo, uno dei nostri compagni di viaggio che aveva voluto fare il furbo ed aveva pagato un prezzo ridotto per l’acquisto di venti litri di nafta, si è accorto, dopo averla vuotata nel serbatoio, che la nafta non era altro che acqua di rubinetto. Conclusione abbiamo dovuto vuotare tutto l’impianto, ritardando così la partenza mia, quello del motocaravan dei meccanici e quella naturalmente del furbacchione, di oltre tre ore, lavorando sotto la pioggia. Il nostro amico, ritenendo di essere stato truffato, ha fatto intervenire la polizia che sostava nei pressi ed ha avuto, come era logico, la gioia di sentirsi dire che c’era stato un malinteso e che il ragazzo che aveva riempito la tanica di acqua, pensava che si trattasse di una buona mancia! Senza commenti. Abbiamo cercato di raggiungere la colonna che aveva un anticipo di tre ore. L’appuntamento era al confine con la Turchia, ma mancando Adolfetto, così ero stato ribattezzato, la coesione era andata a farsi benedire e ciascuno faceva il proprio comodo. Un equipaggio, malgrado tutte le ricerche, si era polverizzato. Lo ritrovammo cento chilometri più avanti perché, ritenendo di essere l’ultimo, era corso avanti!”

Avete proseguito per Efeso?
“Si, è una città veramente interessante, molteplici sono state le invasioni che ha subito. Fin dal IX secolo a.C., si avvicendarono Sparta ed Atene che si contendevano la città; poi fu la volta degli Egiziani e dei Siriani ed infine dei Romani che diedero un impulso eccezionale al commercio, ottenendo un benessere fino ad allora sconosciuto, che fece meritare ad Efeso la nomea di banca dell’Asia. Merita una visita la chiesa di San Giovanni (qui infatti il prediletto apostolo di Cristo passò la maggior parte della sua vita), la casa della Madonna, dove sembra che la Vergine abbia passato gli ultimi suoi anni, prima di essere assunta in cielo. Da dedicare almeno mezza giornata alla città antica, che dista un paio di chilometri dalla città moderna e visitare la cittadella, il Teatro Grande, eccezionale per la sua acustica e per la fattura, oltre che dei posti riservati agli spettatori, per la completezza dei servizi del palcoscenico. Il Mercato-Agorà, il Museo e tutto un susseguirsi di meraviglie che abbiamo apprezzato forse perché di templi e di moschee ne abbiamo fatto indigestione, uno scenario incantato, sullo sfondo un mare cristallino, blu cobalto che ci fa desiderare l’estate.”

Come è andata la traversata per l’Italia?

“Una traversata veramente difficile, con forza sette ed otto, all’ingresso del Canale di Otranto. Qualcuno aveva preso la cabina, ma la maggior parte aveva passato la notte sotto coperta, nelle comode sdraio allungabili. Il mal di mare ha sottoposto quasi tutti ad una giornata veramente penosa e anche i leoni del deserto, coloro i quali si erano comportati da veri uomini durante tutto il viaggio, hanno ceduto abbacchiati e hanno giurato che in un prossimo eventuale viaggio avrebbero fatto cinquemila chilometri di strada in più piuttosto che una giornata di mare. Facce smunte, occhi cerchiati, mai avevo notato tanta sconsolata desolazione fra i miei compagni dei cento giorni di viaggio. Finalmente ecco Brindisi! Nessuna speciale formalità di dogana. Sul molo scorgiamo alcuni parenti che non avevano saputo attenderci a Pomezia ed avevano anticipato la gioia dell’incontro. Abbiamo sostato per la notte nel camping San Giorgio a Bari. Tutto in ordine, tutto pulito! Bar funzionante, supermarket aperto, anche se eravamo fuori stagione. Lo scenario marino incomparabilmente bello. Dulcis in fundo il proprietario del camping, dr. Interesse, saputa la nostra provenienza con squisita sensibilità ci ha offerto il pernottamento. Il primo abbraccio della patria non poteva essere più affettuoso. Era il 9 febbraio e rientravamo a Pomezia. Gran festa in piazza al nostro arrivo. C’era metà del paese ad attenderci. Fiori, abbracci, baci anche da persone assolutamente sconosciute. Una cosa commovente! All’italiana, in casa mia, abbiamo chiuso con un pranzo casalingo e con una bella bevuta di biondo Frascati. Tutti contenti e felici, in pochi minuti abbiamo dimenticato tutti i contrasti, le pene, gli attriti che una convivenza così prolungata avevano creato.

Programmi per il futuro?

L’Africa fino a Città del Capo, ma in gruppi autonomi di non più di cinque equipaggi. Infatti non desidero finire i miei giorni in manicomio!