Viaggiare in camper: le riflessioni di Bianca Bacci
Viaggiare in camper è una scelta di vita che unisce la libertà di movimento al senso di casa, vissuta come intreccio continuo tra quotidianità e avventura. È questo il filo che attraversa le riflessioni di Bianca Maria Bacci, figlia minore di Paolo e Nicoletta Bacci.
Le note che seguono nascono proprio da un viaggio reale di Bianca, compiuto tra giugno e agosto 2025 nelle Marche, tra la Val di Fiastra e il Parco regionale del Monte Cucco.
Vivere in camper potrebbe veramente essere una buona scelta
Riflessioni emerse da viaggio in camper estate 2025 nelle Marche
La cosa più bella è quella grande finestra oblò sopra il letto, proprio dalla parte del cuscino. Da quella finestra guardo le stelle mentre mi addormento. A volte la apro e mi sporgo con la testa fuori per sentire l’aria fresca della notte, mi faccio baciare dalla luna e i suoi cicli. La mattina mi sveglio con le foglie che brillano di luce e morbide suonano il canto del vento. Altre volte invece, quando parcheggio di fretta senza pensare, mi sveglio tutta sudata con il sole in faccia e allora chiudo gli oscuranti sperando di dormire un altro po’. Non funziona e quindi mi tocca uscire fuori o mettere in moto e spostarmi sotto qualche albero.
Dopo lunghe camminate in cui mi perdo tra le montagne, torno al mio camper e lì mi faccio una bella doccia calda, un sano piatto di verdure e legumi o uno spaghetto e poi un lungo pisolino pomeridiano. Nessuna di queste comodità mi è indispensabile, e a volte preferisco fare un pisolino sotto un albero, mangiare la frutta che trovo sugli alberi durante una camminata, bere una birra in un bar trasandato o lavarmi nei fiumi. A volte sta solo nel ricordarmi di cosa ho bisogno e che comunque, anche se ho un camper, mi sono anche portata dietro una tenda per farmi qualche notte fuori.

E poi sarà l’origine Napoletana o forse solo il mio bisogno ricorrente di contatto umano, ma trovo un gran piacere nel poter offrire un piccolo pasto o anche solo un caffè o qualcosa di fresco da bere. A poter apparecchiare fuori, sul tavolino che comodamente monto e smonto e sposto a seconda dell’esigenza, oppure dentro, al caldo, vicini vicini, quando fuori fa freddo e a star fermi a chiacchierare ci si congela. A poter invitare amici a fermarsi a dormire, a farsi una doccia prima di coricarsi e godere di quella vista sul cielo dall’oblò.
Sul camper viaggio lentamente e non mi sento mai di fretta. Guidare, che solitamente odio, diventa godereccio e io non mi vergogno ad andare a 20 km all’ora guardando a bocca aperta il paesaggio attraverso i grandi specchietti e il grandissimo parabrezza. Vedo scivolare paesaggi collinari e montani annebbiati di verde e ogni tanto con la melodia giusta mi sembra di entrare in un sogno. Mi fermo a parlare con gli abitanti che si affacciano dalle finestre per aiutarmi a fare manovra mentre percorro le loro stradine di montagna. E’ quell’andatura di mezzo che permette di spostarsi più velocemente dei piedi e più lentamente della macchina, che mi permette di essere veloce e lenta allo stesso tempo e in base alla prospettiva che adotto. Mio padre mi ha cresciuta dicendo che “il viaggio in camper non inizia quando arrivi a destinazione ma quando metti in moto” e devo dire che, forse per ripetizione, forse per reale circostanza, mi sembra sia così.
Sul camper ho tutto ciò che mi serve per essere autonoma (acqua, cibo, calore, vestiti puliti) ma soprattutto ho tutte le mie cose e i miei oggetti che mi fanno vivere la quotidianità. La mattina quando mi sveglio sono spesso su (o cerco) prati aperti spersi tra le colline e i monti e li stendo il tappetino e do il buongiorno ai vicini con un po’ di yoga. Poi accendo la macchinetta del caffè e mi mangio la mia ciotola di avena, frutta secca e miele di casa seduta su un telo. In camper non c’è (per fortuna) quella privacy della casa privata ma in parte me la ricreo mettendo tendaggi alle finestre che filtrino (ma non oscurino) la luce e lasciando guardare i pochi curiosi che si affacciano. Spesso lascio finestre e porte aperte e lo scambio tra il dentro e il fuori, tra me e le abitanti dei luoghi che attraverso, è ravvicinato e continuo. Così il fuori dal camper, quei luoghi, cibi, persone, animali e oggetti che all’inizio sono sconosciuti e accendono in me curiosità e allerta allo stesso tempo, diventano spesso, quando rimango il giusto tempo (giorni o settimane), in parte conosciuti, a volte cari… ed è come se la casa si estendesse dal dentro al fuori del camper.
Così in camper mi sento in viaggio, e allo stesso tempo a casa, sento l’intreccio tra quotidianità e avventura. E allora spesso penso che nella mia continua tensione tra nomadismo e sedentarismo, tra necessità di viaggiare e di mettere radici, tra partire e restare, tra essere libera e avere una cornice, vivere in camper potrebbe veramente essere una buona scelta. Forse sto solo aspettando di trovare o creare una comunità che la legittimi e supporti.
Le parole di Bianca raccontano dall’interno ciò che Caravanbacci considera il cuore del proprio lavoro da oltre cinquant’anni: il camper non è un veicolo, è un modo di vivere il tempo, lo spazio e le relazioni.
La scelta che attraversa tre generazioni della famiglia Bacci è la stessa che emerge da queste pagine: chi consiglia un camper deve averlo vissuto. È questa esperienza diretta — fatta di notti sotto l’oblò, soste lente e case che si estendono dal dentro al fuori — la competenza che Caravanbacci mette a disposizione di chi sceglie la vita all’aria aperta.
Testo delle riflessioni: Bianca Maria Bacci, maggio 2026. Note da un viaggio in camper nelle Marche, giugno–agosto 2025.